Di fronte a tutto questo, noi che facciamo?

«Ci hanno gridato la croce addosso i padroni / per tutto che accade e anche per le frane / che vanno scivolando sulle argille. / Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti / nelle piazze per essere comprati / la sera è il ritorno nelle file / scortati dagli uomini a cavallo, / e sono i nostri compagni la notte / coricati all’addiaccio con le pecore. / Neppure dovremmo ammassarci a cantare, / neppure leggerci i fogli stampati / dove sta scritto bene di noi!» (Rocco Scotellaro, Noi che facciamo, in Tutte le poesie 1940-1953, Mondadori, 2004). Lo so, parla di tanti anni fa; ma sembra, ed è, attuale ancora oggi.

A un presidio di lavoratori in protesta davanti alla loro azienda nel Lodigiano, ci sono stati degli scontri, con bastoni e taser, le pistole elettriche. I sindacati parlano di aggressione organizzata, e in effetti, un taser non lo porti appresso per caso. Ricchi ereditieri che nulla han fatto per meritarsi la fortuna di nascere con un patrimonio enorme e un’azienda florida, chiedono ai ragazzi di mettersi in gioco, rinunciando ai sussidi. Albergatori che si lamentano preventivamente se qualcuno, prima di andare a lavorare da loro, dovesse chiedere lumi su stipendio e orario. E poi, cos’altro? L’accusa ai genitori dei voler far studiare, magari fino a diventar dottori, i propri figli, invece di mandarli a sudarsi un salario subito e senza troppe pretese? Che roba, contessa! Ma su tutto, la mia domanda è un’altra: noi, di sinistra, dico, che facciamo? Siamo affianco a quei lavoratori (per carità, a un metro l’uno dall’altro e con le mascherine pure all’aperto, che altrimenti già vi sento urlare «negazionista!» dai balconi, come in una pubblicità del profumo degli anni novanta) e a quelle richieste, o facciamo solo tweet, status e post? Ci basta questo o possiamo pensare che (se condividiamo quelle istanze, sia ribadito per chiarezza) si possa fare qualcosa di più, tipo dire, con tutta la fermezza di cui siamo capaci, che sui diritti sociali non si transige, e che, se proprio, sono i più ricchi a dover rinunciare a qualcosa, che comunque, quasi sempre, sarebbe il più del superfluo?

L’attacco concentrico, di parole e bastonate, che arriva dalle notizie che si leggono è veramente un salto nel passato di molti anni. Tocca argomenti che pensavamo messi al sicuro, come quello per cui, se si lavora, si debba esser pagati il giusto, che detto diversamente significa che ogni «lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». E se la reazione fa passi così spinti e così duri, i progressisti cosa aspettano a rilanciare con altrettanta durezza e forza?

Noi, che aspettiamo?

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