Tutt’al più, Pinocchio

«Devo dirle che non mi ha mai convinto il tentativo di attualizzare personaggi ed epoche storiche diverse. Eviterei, quindi, analogie tra l’Italia di Dante, uomo del Medioevo, e l’Italia di oggi. Ci separano settecento anni, un tempo incommensurabile. […] Io credo che l’universalità e, insieme, la bellezza di Dante vadano ricercate proprio nella particolare attitudine di penetrare nel profondo nell’animo umano, descrivendone in modo coinvolgente moti, sentimenti, emozioni. I vizi che Dante descrive – la tendenza al peccato, secondo la sua concezione filosofica e religiosa – sono gli stessi dall’inizio della storia dell’uomo: avidità, smania di potere, violenza, cupidigia… La Commedia ci attrae, ci affascina, ci interroga ancora oggi perché ci parla di noi. Dell’essenza più profonda dell’uomo, fatta di debolezze, cadute, nobiltà e generosità. Basta pensare ai tanti passi della Divina Commedia entrati nel lessico quotidiano e che utilizziamo senza sapere, sovente, che provengono dai suoi versi».

Quelli riportati sopra sono alcuni brani della conversazione che Sergio Mattarella ha avuto con Marzio Breda, per il Corriere della Sera di giovedì 25 marzo scorso. Il presidente della Repubblica è uomo colto, ha letto Dante per davvero e sa pure che «totus politicus» può anche essere una definizione limitativa, dell’orizzonte interpretativo che ci diamo. Per questo, le sue risposte in quel caso, sono perfette e precise: la Commedia è viva e presente perché parla dell’uomo. Inoltre, aggiungerei, pure l’idea di fare di Dante il campione del senso della patria italiana mi pare un po’ forzato, se pensiamo che immaginò «altrui» persino le terre romagnole o venete. Di sicuro, trovo difficile immaginare Dante quale rappresentante dell’italianità odierna: il poeta fu uno che, per dirla ancora con le parole di Mattarella a proposito del rifiuto dell’Alighieri a scambiare il perdono necessario al suo rientro a Firenze con la menzogna, «è mosso dalla convinzione, altamente, morale, che andare contro la propria coscienza renderebbe effimero il risultato ottenuto». Fiorentino per fiorentino, credo che più che i gesti di Dante, siano le parole del Guicciardini a descrivere l’Italia di oggi. Così come, toscani per toscani, è la penna di Collodi ad aver meglio caratterizzato il tipo nostrano. No, nessun giudizio sprezzante; di seguito, proverò a spiegare, lasciandomi aiutare dalle parole con cui di Pinocchio parlava Raffaele La Capria (in una conversazione, ora in Il Sentimento della letteratura, False partenze con Letteratura e salti mortali e Il sentimento della letteratura, Mondadori, 2011, pp. 231-237, dal titolo Pinocchio, l’italianissmo).

«“E va bene, leggiamolo così allora. Cosa vuol dire che Pinocchio è un burattino che non riesce a diventare un uomo?”
“Vuol dire che non è capace di crescere. E crescere non significa essere responsabile delle proprie azioni, mettere giudizio, come si dice, cioè saperle giudicare? Pinocchio non ne è capace, come ho detto.”
“Certo, non ne è capace; ci prova, poi ricade sempre nelle stesse abitudini.”
“E non ti sembra questo un tratto molto italiano? Non c’è in fondo ad ognuno di noi un Pinocchietto irresponsabile che non vuole maturare e che non sa giudicarsi?”
“Come si manifesta questa irresponsabilità?”
“Lo vediamo tutti i giorni. Nel disordine della nostra vita pubblica, nel nostro scarso senso civico, nella nostra ‘cattiva educazione’. Quella tendenza ad anteporre sempre quello che ci conviene, il proprio ‘particulare’, al bene comune è appunto la nostra immaturità. E poi c’è anche una immaturità politica, che si accompagna all’altra: quella per cui siamo sempre talmente schierati da una parte da non riuscire mai a comprendere le ragioni, e perfino l’esistenza, dell’altra parte.”
“Infatti, ho notato che uno dei difetti principali per cui Pinocchio non riesce a diventare un uomo, è che dà sempre la colpa agli altri delle proprie malefatte.”
“Questo avviene anche da noi, in politica. Mai c’è stato uno che riconoscesse di aver sbagliato, che ammettesse la propria colpa fino in fondo.”».

Parlava in quel modo di Pinocchio, l’intellettuale partenopeo, e ci parla ancora di quanto questo burattino sia «l’unico vero personaggio della letteratura italiana», quello che «possiede tutti i tratti principali della nostra stirpe. L’indole, il modo di essere e di manifestarsi, i vizi e le virtù. Tutti i tratti del carattere italiano, non uno soltanto. E li rappresenta bene». Le bugie, che tutti dicono, «ma solo noi crediamo sinceramente che siano la verità»; i cinque zecchini d’oro, avuti da Mangiafuoco e con cui vorrebbe comprare una nuova giacca al suo babbo, ma che pianta, su suggerimento del Gatto e della Volpe, nel “Campo dei Miracoli” per «diventare ricco con poca fatica e da un momento all’altro»; le faine ladre di polli, che propongono al Pinocchio da guardia una gallina a settimana per non abbaiare, come facevano col cane Melampo, per una pratica «considerata naturale. Teorizzata. Eletta a sistema»; il Grillo Parlante, «la nostra coscienza che mettiamo sempre a tacere e forse abbiamo ucciso, come Pinocchio ha forse ucciso il Grillo»; la Fatina Azzurra, «una mamma sempre disposta a perdonare»; i Carabinieri, «che si lasciano scappare sotto il naso Pinocchio, che è loro prigioniero»; i Giudici, «come quello che, rovesciando tutta la logica della giustizia, condanna Pinocchio perché è stato derubato»; e Mangiafuoco, ché «quando ci sono i burattini esce sempre un burattinaio, e i burattini come Pinocchio rischiano di fare una brutta fine».

Come la legge Raffaele La Capria, quella storia parla ancora dell’oggi. In particolare, in quel quadro, nulla si troverebbe fuori posto, se lo si volesse usare come schema per leggere la modernità a queste coordinate. E se questa non fosse pure la patria del Leopardi, che due anni prima che il Collodi nascesse e con oltre mezzo secolo d’anticipo sul Pinocchio, scriveva il suo Discorso sopra lo stato presente del costume degl’italiani, potrebbe parer strano che un ritratto letterario fatto centocinquanta, duecento anni prima, calzi perfettamente al profilo attuale delle genti di qua.

Filopolitica, forse pure per considerazioni simili, ha bisogno di una pausa. Lunga o breve, saranno i casi a determinarlo. Nel frattempo, ai «miei venticinque lettori» (lasciatemi la citazione di un altro che, due secoli prima, ha colto alla perfezione le dinamiche su cui ancora l’oggi si articola e si muove), auguro buone feste pasquali. A me, di trovare altre, e tante, pagine e parole con cui riempire il vuoto che il moto di ricerca sempre scava.

A presto

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