Se le avessimo scritte allora, Nicola, queste parole

Ho letto su un gruppo Facebook un post di un amico, Nicola Colangelo. Parla del nostro paese natale, Stigliano, di storie che so e sento, e ne parla come si parla quando si ha qualcosa da dire, senza retorica, senza nascondere nulla, senza nascondersi nulla. E dice anche quello che spesso non ci vogliamo sentire dire, che per anni abbiamo voluto fingere di non capire. Soprattutto, la verità che si celava con poche accortezze, ed era per questo già ben visibile, dietro il dopato sviluppo dei primi anni ’80, quando una montagna di soldi arrivò pure nei comuni, come il nostro, non necessariamente stravolti dal terremoto. Si spesero con l’idea, si diceva e si è ripetuto almeno fino all’inizio del nuovo millennio, che l’edilizia rappresentasse «il volano dell’economia». Da quegli anni, le volumetrie abitative del paese credo che siano raddoppiate, se non di più; il numero degli abitanti, al contrario, si è più che dimezzato.

Scrive Nicola che quello sviluppo fu effimero, ed è un fatto, che non ci fu una pari crescita civile e sociale, e so che potete considerarla un’opinione, che comunque io condivido, e che molti progetti infrastrutturali che in quegli anni furono decisi, non portarono altro che il proprio ingombro nello spazio e sul suolo (tralascio il resto e gli strascichi, che pure lì non mancarono). Nessun progetto di sistema, nessun intervento in campo culturale, nessuna strategia più lunga della durata dei finanziamenti, per quanto ingenti, arrivati in quel periodo. Magari il risultato sarebbe stato ugualmente scarso, ma nemmeno si provò. E quello che più mi fa riflettere leggendo e rileggendo le sue parole è che se lui — io o altri — avesse scritto e detto quelle cose all’epoca, sarebbe stato additato quale prevenuto critico e nemico dello sviluppo. Già, lo sviluppo.

Quand’ero poco più che un ragazzino, dopo gli anni di cui racconta il mio amico, alle prese con le prime passioni della politica, a quelli come me veniva spiegato, da qualche assessore a cui la saggia mano della storia non farà mancare il pietoso dono dell’oblio, che «lo sviluppo di questi luoghi passerà per tre obiettivi: il completamento dell’area Pip intercomunale, la costruzione del complesso polivalente per le scuole superiori e la realizzazione della “Cavonica”, la trasversale per il collegamento rapido con la “Basentana”, la strada più importante del territorio». Bene, che ci crediate o meno, tutte e tre queste cose si sono fatte; è lo sviluppo che ancora si veste da Godot.

Il polivalente c’è, anche se nella sua breve storia ha già scontato qualche rinvio e quest’anno ha vissuto le vicissitudini comuni ad altre scuole del mondo. La “Cavonica” è finita, sebbene il fondo stradale sia quello che è e percorrendola non s’incontri spesso null’altro che gli emozionanti paesaggi che la circondano. Pure l’area Pip è ultimata, e per fortuna qualche lampione l’hanno spento, che pareva volesse rivaleggiare con il landscape di Dubai, per le luci e per il deserto. E a proposito di Emirati, persino il petrolio l’abbiamo tirato fuori, a pochi passi dalla mia Stigliano, con ben due centri oli, vari pozzi nei dintorni e una produzione significativa su scala percentuale per l’intera nazione. E lo sviluppo? Aspettiamo che si faccia vivo, quasi fosse Godot, appunto.

Nel frattempo, da quei luoghi ancora si va via. E se per la crisi economica e i suoi effetti, nel resto della nazione si sente dar colpa a pandemia e migrazioni, è difficile farlo per quel caso, dato che dura da bene prima della scoperta del Covid e di immigrati non è che ce ne siano poi molti. Anzi, si potrebbe dire che non ve ne sia nessuno. Emigrati, invece, tanti e per giunta di lunga storia e di robusta tradizione familiare. Per questo, e per inciso, fa ancor più male sentire l’astio verso quelli che, con loro, condividono l’identica sorte dell’andirivieni.

Qualche tempo fa, lessi la voce “Basilicata” su un’enciclopedia geografia Garzanti degli anni ’70. Nella descrizione dell’assetto antropico della regione, riportava: «Si può affermare, in via paradossale, che l’emigrazione è una delle principali risorse economiche […]. Una sensazione addirittura visiva dell’imponenza di tale fenomeno si ha nei paesi più poveri della campagna: mancano quasi del tutto gli uomini validi e abbondano le donne, i vecchi, i bambini. Decine di migliaia di famiglie vivono con le rimesse degli emigrati».

È ancora così? Ovviamente no: i bambini sono ormai pochissimi, e le rimesse è da tempo che non ce le si può più permettere.

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