L’insostenibile leggerezza nelle dichiarazioni degli esperti

Come se fosse il consiglio della nonna sulle maglie di lana in inverno, l’altro giorno, Walter Ricciardi ha detto che tutt’Italia dovrebbe tornare in lockdown assoluto per almeno due settimane, se non tre, quattro o di più. Leggo quelle sue parole e immagino cosa possano aver provato in tanti ascoltandole. Ma soprattutto, mi chiedo: sei uno dei consulenti più ascoltati dal ministro competente; non ti rendi conto di quanto pesino le tue parole e che, una cosa come quella, non puoi annunciarla così, tra le battute di una comica ossessionata dall’uso di un linguaggio che nemmeno in caserma e comparsate di attori e protagonisti vari del mondo dello spettacolo?

E qui non c’entra il personaggio (che, con poco gusto e discutibile tempismo, è stato fatto oggetto di attenzioni da parte di quasi tutti gli organi d’informazione), né il fatto che l’esperto professore fosse lo stesso che, un anno fa, valutava la pandemia «meno pericolosa dell’influenza» e riteneva sbagliato, all’epoca, bloccare i voli diretti dalle zone a rischio, non il Paese per intero (perché sì, quelle cose le diceva in base ai dati che allora aveva, ma anche oggi parla in base ai dati del momento). No, il problema di Ricciardi è che non si accorge del portato delle sue dichiarazioni. Quando uno col suo ruolo e nella sua posizione usa la parola «lockdown», in molti di quelli che lo ascoltano la memoria va ai giorni della primavera del 2020, quando si era tutti spaventati dal suono delle ambulanze e dalle immagini con i camion in fila a portar bare, quando non si poteva uscire di casa nemmeno per far prendere un po’ d’aria ai bambini, chiusi spesso in appartamenti troppo piccoli (ché non tutti hanno terrazzi e giardini, camerette e giochi), quando gli elicotteri delle forze dell’ordine rincorrevano gli irriducibili della passeggiata, quando agenti a piedi si lanciavano all’inseguimento di impenitenti runner, quando con droni e quad venivano scovati isolati patiti della tintarella, quando presidenti di Regione e sindaci di paesini in cui l’assembramento non c’è nemmeno il giorno della festa padronale urlavano impettiti dai loro balconi virtuali, quando sui social ognuno si sentiva in dovere (civile?) di accusare e additare al pubblico ludibrio l’anziano dirimpettaio che usciva tre volte al giorno per buttare la spazzatura o andare al negozio di alimentari, incuranti di quanto per lui quello potesse forse essere l’unico posto in cui provare a fuggire la sua immensa e disperata solitudine. E un Ricciardi qualsiasi, quelle immagini le butta lì, quasi fosse una battuta fra le altre, nella trasmissione della domenica sera.

Certo che tutti possono sbagliare, ma la questione dirimente è il peso che ha il tuo errore, e la frequenza con la quale ti esponi al rischio di incapparci. Se tu sei un sedicente critico musicale che scrive di politica per il giornale del giustizialismo moraleggiante, a pochi o nessuno interessano le tue previsioni sbagliate sull’evoluzione della pandemia. Se sei un esperto di malattie infettive, ovviamente, a molti di più. Ed è probabile che, stando sempre in tv, tu possa cadere nella tentazione di dire un po’ più di quello che la tua scienza permetterebbe, lanciandoti in ipotesi assertivamente sostenute su scenari futuri, dati per sicuri dal tuo argomentare.

È per la salute mentale collettiva che sarebbe opportuna una moratoria alla presenza costante e ripetuta degli esperti sui media. Anche per tutelare l’onorabilità delle loro competenze. Se ogni giorno devi dirne una, aumenti la probabilità di sbagliarla, e consentire persino a un cialtrone come chi qui scrive di prendere le parole di uno dei più seri e misurati scienziati facendo notare come, a due mesi da cui si escludeva la possibilità di una «seconda grande ondata», si dava ormai già per scontato l’arrivo della «terza», e agli interessati e di me più cattivi di sminuirne la funzione e il ruolo.  

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