Colpa di Trump, certo, ma non solo

«Professore, come si sente guardando queste immagini?», chiede, a proposito dell’assalto a Capitol Hill da parte di manifestanti trumpiani, Andrea Marinelli, per il Corriere della Sera in edicola giovedì scorso, a Charles Kupchan, professore di relazioni internazionali all’università di Georgetown, analista del Council on Foreign Relations e già consigliere di Obama. «Sono scioccato. È difficile accettare che quello a cui stiamo assistendo stia avvenendo negli Stati Uniti. Queste violenze però chiariscono ancora una volta che il nostro Paese è profondamente diviso», risponde il professore. Il giornalista: «Trump è l’unico responsabile?». L’esperto analista: «Il presidente ha grandi responsabilità, ma le hanno anche parecchi membri del partito repubblicano. Per certi versi, credo che il comportamento del partito sia anche più preoccupante di quello del presidente: Trump è un individuo, ma il partito non lo ha fermato. Capisco che il presidente sia popolare con la base, ma gran parte dei repubblicani ha scelto consapevolmente di non fare l’interesse degli Stati Uniti e del popolo americano».

E Kupchan ha ragione: «Trump è un individuo, ma il partito non lo ha fermato». Anzi, in tanti hanno pensato di ricavare qualcosa di utile nell’assecondarlo, fin nei più pericolosi percorsi, come le contestazioni elettorali. Il risultato lo abbiamo visto ieri in diretta mondiale, anche se, mi tocca ribadirlo, quando penso al male fatto da trumpismo di governo in questi anni, non è al tizio cornuto nelle sale del Campidoglio Usa o al tale coi piedi sulla scrivania della speaker del Congresso che vanno i miei ricordi, ma al pianto disperato di una bambina separata dai suoi genitori. Quindi Trump non è l’unico responsabile per quello che è successo, e non basterà ai repubblicani dissociarsi ora, dopo aver per anni taciuto (con importanti, quanto inefficaci, eccezioni), prestando il fianco istituzionale, i volti pubblici e i voti nelle camere, a ogni sua decisione. E anche adesso che molti di loro ne prendono, a parole, le distanze, sembrano spinti nel farlo più da valutazioni utilitaristiche che da profondi convincimenti democratici. Dov’erano, prima? Perché non si sono opposti a una deriva già del tutto evidente? Come mai non hanno detto una parola, contro chi agiva e parlava in modi in fondo non dissimili da quelli usati l’altro giorno arringando, meglio sarebbe dire aizzando, la folla contro il parlamento e i suoi rappresentanti, il sistema dell’informazione, gli avversari politici?

Nessuno di quanti ipoteticamente potremmo chiamare a rispondere a queste domande, immagino, per l’ordinamento dello Stato che rappresenta e per la sua storia risponderebbe mai di averlo fatto perché costretto da una sorta di dovere verso il capo del suo partito. Rimane pertanto il dubbio su cosa, effettivamente, questi potrebbero dire, su quali spiegazioni saprebbero addure, per un silenzio lungo quattro anni in una situazione che, se non vogliamo nasconderci dietro l’ipocrisia del riconoscimento istituzionale e il rispetto dovuto al presidente nell’esercizio delle sue funzioni, era chiara fin dal giorno in cui è cominciata.

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