Dietro la nostra ipocrisia, lo stesso egoismo

Per me, – per quanto di posizioni eretiche e con malcelati cedimenti all’anarchismo – socialista, Herbert Spencer non è certo fra le citazioni più usuali. Eppure, a volte: «per quanto non presumiamo più di poter costringere i nostri simili per il bene del loro spirito, riteniamo ancora di avere il dovere di costringerli per il loro benessere materiale, senza capire che quest’ultimo scopo è altrettanto inutile e ingiustificato dell’altro» (H. Spencer, Over-Legislation, in The Westminster Review, luglio 1835, ora in Id., Essays: Scientific, Political and Speculative, Williams and Norgate, London 1891, III, p. 231, nella traduzione italiana di Alberto Mingardi, per la sua Introduzione a Id., L’uomo contro lo Stato, Liberlibri, Macerata, 2016).

E forse, nei giorni che stiamo vivendo, c’è addirittura di più. Per quanto non abbia l’allure e il predicato di divinità di alcuni commentatori già critici musicali su giornali che furono giustizialisti, né l’autorevolezza scientificamente dimostrata dei post di influencer da social, un bell’editoriale di Richard Horton su Lancet poco più di un mese fa identificava la malattia che tutti ci fa discutere dall’inizio dell’anno non quale semplice pandemia, ma come una «sindemia», cioè un male che, nella sua prognosi, obbliga a tenere in considerazione anche elementi diversi da quelli clinici, e afferenti a situazioni sociali e, di conseguenza, a elementi di natura economica e culturale. In sostanza, se la mortalità per questa malattia è più vasta in alcune fasce di popolazione è perché, in queste, l’incidenza di alcuni problemi di carattere non strettamente medico-sanitario determina condizioni individuali a essa più suscettibili. È tra i più poveri che si trovano i maggiori casi di malattie non trasmissibili e condizioni fisiche compromesse, dovute alla loro situazione peculiare o a comportamenti e stili di vita che, spesso, non possono essere altrimenti da quelli che sono, e che amplificano gli aspetti letali del mordo. E allora, mi chiedo: se fosse quello complessivo e vasto suggerito da Horton l’approccio giusto da seguire, nella lotta sanitaria che si sta conducendo, impoverendo materialmente per effetto delle misure preventive che si stanno scegliendo l’intera società e quelle fasce a rischio in modo particolare, non staremmo dando, indirettamente, vittime al virus o preparandone altre per i prossimi?

Quando diciamo «healt first», abbiamo ragione. Ma cos’è questa salute? Solo quella che mette al riparo dal contagio? O non è forse quella che prepara un corpo alla salubrità in grado di affrontare il possibile malanno? E se fosse quest’ultima, non è in una società con più mezzi materiali per chi è maggiormente in difficoltà che si generano le condizioni perché sia estesa e in grado di raggiungere i molti e non solo i pochi?

Sono queste le domande che mi faccio, ed è nella ricerca delle risposte che muore ogni tentazione di dare dell’egoista a chi contesta questa o quella misura perché da essa viene danneggiato. Non è forse egoismo il nostro che, in principio, le accettiamo, accusando chi non le rispetta di metterci a rischio? Non pensiamo forse a noi stessi e ai nostri cari, quando ci preoccupiamo della diffusione del contagio? Quando vogliamo le misure stringenti, al sicuro di possibilità e risorse in grado di sostenerle e di dare la necessaria sicurezza che serve a sostenere il sacrificio dell’oggi nell’attesa del beneficio del domani, e proprio nella speranza che queste durino il meno possibile e ci lascino alla nostra vita comoda di prima, di cosa, se non del nostro personale benessere, ci stiamo occupando? E non siamo ipocriti, quando fingiamo di dirlo in nome del benessere degli altri, in fondo al nostro «particulare» senza ambizioni nobilitanti esclusivamente guardando?

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