Ich bin Wiener (und ich bin es leid, solche Sätze zu schreiben)

Non sono i passi cadenzati della cupa sera nel finale della Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth, quelli risuonati, e crepitati, l’altra notte a Vienna, ma come allora sono terrificanti. E sono gli stessi risuonati a Parigi, Londra, Berlino, Nizza, Strasburgo, Stoccolma, Londra ancora, Nizza di nuovo. E oggi sono viennese, come sono stato parigino, londinese, berlinese e cittadino fratello di ognuna delle città europee colpite. Come tanti. E però sono anche molto stanco di scrivere frasi come questa.

Sono stanco, perché davvero non ne vedo il senso. E non ne vedo il senso, questa volta ancora di più, e devo dirlo, non tanto per la follia del singolo, quanto per il fatto che sia stata ingigantita da scriteriate dimostranze fatte da leader che guidano importanti nazioni. Ai quali, pacatamente quanto fermamente, si vorrebbe ricordare che il diritto di ciascuno a pregare il dio che vuole, qui, è garantito così come lo è quello di parola contraria, pensiero e, sì, satira, persino quando urticante, addirittura se offensiva.

Certo, supereremo questo e lo supereranno soprattutto i viennesi, come i nizzardi. Ma è insostenibile, nel lungo periodo, questa inutile tensione. Soprattutto, è inaccettabile che si metta in discussione il principio su cui si fonda un’intera civiltà, quello della libertà di opinione (e no, non sto dicendo necessariamente che quelle vignette mi piacciano), che poi è il medesimo che permette alle altre culture di esprimere, in questa, e di praticare le proprie fedi, valori, credenze.

Rispettando il prossimo e i suoi diritti e libertà, chiaramente; non v’è altra strada.

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