Però, nemmeno a me piace questo stare tutti rinchiusi nelle proprie case

Al sindaco di Milano deve proprio servigli un nuovo esperto di comunicazione. Dopo il video sulla ripartenza lanciato alla vigilia del lockdown assoluto e totale, le tristi immagini di sé che legge sé stesso e le frasi minacciose nei confronti di altre Regioni che ponevano argini alla riapertura dei confini ai lombardi, per paura di esplosioni locali di pandemie importate, (moti, quelli dell’inquilino di Palazzo Marino, tutti comprensibili sul piano umano, quanto non giustificabili sul terreno politico), l’altro giorno gli è scappata di nuovo un’infelice battuta: quella, riferita a quanti sono da mesi in telelavoro, sulla necessità di un ritorno al lavoro vero e proprio, quasi alludendo, nemmeno velatamente, che quanto fatto finora non lo sia.

Ora, però, al netto dell’improvvida uscita, un po’, anche stavolta, Sala lo capisco. E devo premettere che a me lui non piace, e non piaceva nemmeno quando, sull’onda dell’euforia per l’Expo, lo si festeggiava in lungo e in largo. E non lo sto difendendo, perché non credo abbia bisogno delle mie tutele. Inoltre, appartengo proprio alla categoria di lavoratori che, con le sue parole, metteva nel mirino di un indiretto biasimo. Eppure, devo convenire col sentimento che mi pare di scorgere in quello che ha detto: questa vita di socialità a distanza, in cui si dovrebbe stare tutti chiusi nei propri confini domestici, dove mettere il naso fuori, non dico di casa, ma dalla mascherina, è quasi reato, è una cosa che quanto prima finisce, meglio è. Perché è già durata troppo. Sempre senza tener conto che vi sono interi settori commerciali e produttivi che precisamente l’assenza fisica di quei lavori stanno pagando in solido, va detto che, molto più di altre, una città come Milano, di cui Sala è pur sempre il primo cittadino, vive nel contrario di quanto si è stati costretti a fare in questi mesi, vive dell’incontro e dello scambio, del movimento e del contatto.     

Curiosa, invece, mi è parsa la circostanza che ha voluto lo stesso ceto medio intellettuale (ma anche il “proletariato” di quel genere) che, tra lo Spritz dell’happy hour e il White Lady dell’afrer-dinner, spiegava quando fosse cool la Milano di Sala, il primo settore da cui, alle sue affermazioni sullo smart working, siano giunte le critiche e le censure più piccate e, in un certo senso, risentite.

Strano, no?

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