Odio i rumori forti che muovon dal nulla

Non ho visto Figli, il film diretto da Giuseppe Bonito con Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea, quindi, questo post non è una recensione, tantomeno una critica. Ho però visto una clip della pellicola, in cui Sara (Cortellesi) rinfaccia alla madre di appartenere a una generazione che, dice, «si è mangiata tutto», godendosi i privilegi dati dal boom economico e non preoccupandosi di chi sarebbe venuto dopo.

Ripeto, non ho visto il film, e quindi, di quello non parlo. Ma di quell’accusa, che ne riprende una più generale e, appunto, generazionale, invece, voglio parlare. Io appartengo alla generazione della protagonista della pellicola, la stessa della Cortellesi. E quindi, immagino, i miei genitori appartengano a quella di Angela, la madre di Sara. Ebbene, nel sentire quella piccola clip, alla fine, mi è rimasta in bocca una sensazione amara, come quella che sta nella voglia di dire: «bel ringraziamento». E sì, perché, insomma, è un po’ comodo per i quarantenni di oggi che volgono ai cinquanta, accusare i loro genitori di aver goduto, sperperandole, di risorse eccessive, addirittura, come si fa in quel monologo, rinfacciando i loro investimenti mobiliari e immobiliari e le pensioni (e immagino, pure le liquidazioni) che percepiscono; ragazzi, chiamiamoci ancora così per quanto non lo siamo più da un po’, ma di quelle cose, di quelle risorse, di quei beni, se e nella misura in cui ci sono stati, non ne abbiamo goduto pure noi?  

E non sto parlando della possibilità ereditaria delle ricchezze accumulate, a cui peraltro il monologo pare alludere, con il richiamo, non so quanto deluso, all’allungamento delle aspettative di vita dei settantenni e ottantenni di oggi. No, parlo proprio del nostro essercele godute insieme ai nostri genitori. Le prime e seconde case di cui parla Sara, non sono quelle in cui è cresciuta? Dove ha fatto le vacanze? E non ha vestito abiti pagati con gli stipendi di quei lavori stabili che giudica un furto a chi è arrivato dopo? Mangiato con quei soldi? Non poggia, ancora, su quelle pensioni pure nel chiedere un aiuto per crescere i suoi, di figli? Di che sta parlando?

Perché, insomma, se quell’accusa sulla scena fosse solo teatro, non me ne occuperei. Al contrario, la sento spesso, fuori dalla finzione e nelle opinioni dei miei coetanei. E se si può chiudere un occhio sull’ingratitudine mista alla voglia di rivalsa e contrapposizione quando la si incontra in un adolescente, con gli anni della Sara del film e con i miei, non è e non sarebbe accettabile.

Se mi è permesso un cammeo di vita privata, poi, non sono per nulla convinto che la vita delle generazioni che hanno preceduto la mia sia stata davvero così tanto più confortevole della nostra. Certo, anche in miei, come i genitori a cui si rivolge la protagonista sulla scena, hanno avuto un impiego stabile ben prima dell’età in cui, e per fortuna, ci sono arrivato io. Però c’è anche tutto il resto, in un percorso di vita. I miei genitori sono nati nello stesso paese in cui sono nato io. Ma quando sono nati loro, lì, la norma era non avere un bagno in casa. L’acqua corrente spesso non c’era, e quella calda, che ve lo dico a fare? Il riscaldamento? Gli elettrodomestici? Ma se il gas è arrivato che ero ragazzino io e la corrente elettrica era appena, quando c’era, quella sufficiente per una lampadina. Il frigorifero, come no? E per metterci cosa, poi? Perché io non lo so com’era per i genitori della Sara del film, ma i miei, al tempo, tanta roba da conservare non è che ne avessero. E le case? Delle seconde nemmeno a parlarne, ma per le prime, ha idea, chi oggi lancia accuse generalizzate a quella generazione, di come fossero dalle miei parti, le case in cui i bambini nati nei primi anni del secondo dopo guerra crescevano?

So che paio noioso e isolato, nella mia generazione; ma che ci posso fare, se odio i rumori forti che muovon dal nulla?

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, società e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

1 risposta a Odio i rumori forti che muovon dal nulla

  1. Pingback: Di quell’infanzia parlavo | Filopolitica

I commenti sono chiusi.