Borgomastri a volontà

«Sindaci a vita nei Comuni piccolissimi, via libera al terzo mandato in quelli da 5 a 15mila abitanti». Commentava così il sito di RaiNews alcuni giorni fa, dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri di un decreto legge che norma, appunto e tra l’altro, il numero dei mandati possibili per i primi cittadini. E non solo gli esponenti politici riconducibili alla maggioranza di governo sembrano apprezzare, ma anche quelli che fanno parte di altri schieramenti e che della questione hanno titolo a parlare. Il presidente dell’ANCI, nonché sindaco di Bari e rappresentante del Pd, Antonio Decaro ha infatti rilanciato: «La norma che estende il numero dei mandati dei Comuni fino a 15 mila abitanti e toglie ogni limite ai Comuni sotto i 5 mila è un passo avanti molto importante. Finalmente viene data una risposta positiva alla richiesta che da anni viene da tutti i sindaci e si sana, almeno in parte, un vulnus democratico che abbiamo sempre giudicato gravissimo. […] A questo punto diventa inevitabile andare fino in fondo, estendendo il numero dei mandati anche per i sindaci dei Comuni sopra ai 15 mila abitanti. Una volta chiarito che soltanto gli elettori devono avere il diritto di giudicare se i propri sindaci devono essere confermati o mandati a casa, una disparità di trattamento nei confronti di soli 730 comuni più grandi, sul totale dei 7896 comuni italiani, appare davvero incomprensibile, e probabilmente anticostituzionale».

Nei numeri citati da Decaro, credo stia la più concreta cartina per leggere la questione. In sostanza, dice il sindaco dem: in Italia, ci sono poco meno di ottomila comuni e appena poco più di settecento superano i quindicimila abitanti; perché proibire a questi pochi primi cittadini, meno del dieci per cento, di ricandidarsi alla scadenza del loro secondo mandato? Una sua logica ce l’ha, ci mancherebbe. Ma è nel contrario che si può interpretare meglio la cifra del contendere. I comuni sotto i cinquemila abitanti sono, su tutto il territorio nazionale, il 70% del totale, con una popolazione complessiva pari al 17%. In questi, il sindaco, potenzialmente, come si scriveva nell’articolo di RaiNews ripreso all’inizio, potrebbe rimanerci «a vita». Ovvio, andrà eletto tutte le volte alla scadenza dei cinque anni, ma non è questo il punto secondo me. Se a quei piccoli comuni ci aggiungiamo quelli medi, altri tremila e rotti tra cinque e quindicimila abitanti, arriviamo a oltre il novanta per cento dei municipi, per il quaranta per cento della popolazione. Spesso abbiamo sentito i sostenitori dell’abolizione al limite di mandato per i sindaci addurre quali spiegazioni la difficoltà di trovare cittadini pronti a candidarsi al ruolo. Ecco, se però questo è il quesito, non credo che la risposta possa essere quella di consentire a chi c’è di rimanere finché ne abbia voglia (e voti).

Anzi, a dirla tutta (e volendo tacere del fatto che bisognerebbe interrogarsi pure su quale senso abbiano enti di rappresentanza per cui nessuno vuol candidarsi a rappresentante), per eterogenesi dei fini, questa norma potrebbe aumentare quella difficolta a trovare “personale politico” tra gli abitanti dei comuni per garantire il necessario rinnovamento delle amministrazioni locali, e di conseguenza (perché sempre dagli stessi difensori della bontà dell’abolizione dei limiti ho sentito parlare dei comuni come di una palestra del “far politica”) delle classi dirigenti e del personale dei partiti, riducendo sempre più questi ai pochi già presenti e, conseguentemente, limitando di fatto le possibilità di scelta e selezione.

Sempreché, s’intende, questa sia un’eterogenesi dei fini.    

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