Non la fine della storia, ma una promessa

«In an era of darkness and blood, it is nearly impossible to remember that, from Moscow to Jerusalem, there was once a time of promise. Not resolution, not paradise, and certainly not the end of history––but promise. Between 1989 and 1995, the following things happened: the fall of the Berlin Wall and the liberation of Eastern and Central Europe; the collapse of Soviet Communism and the (seeming) end of the Cold War; the brief, but startling, appearance of a pro-democracy movement in Beijing and other Chinese cities; the end of South African apartheid; and the signing of the Oslo Accords by the Israeli leadership and the Palestine Liberation Organization».

Così David Remnick, sul New Yorker dello scorso 13 novembre. Forse per l’allora mia giovane età, pur tra dubbi ed eccezioni, in quella promessa, in qualche modo, ci avevo creduto. Penso che, se per buona parte dell’adolescenza, sul palcoscenico della vita che si vive scorrono quelle scene, è possibile che si resti influenzati. Sta di fatto che quell’idea di un progressivamente possibile mondo meno conflittuale è entrata a far parte della mia Weltanschauung. E, testardamente, continuo a crederci. Principalmente per un motivo: in questo caso, davvero, «there is no alternative». O meglio, l’alternativa è che ciascuno faccia la guerra a qualcun altro, che ognuno di noi guardi il suo prossimo come potenziale nemico. Perché ciò che quella promessa indicava era proprio l’estensione di un modello di pace che, pur tra mille difficoltà, nel cosiddetto mondo occidentale aveva retto.    

Ingenuo? Folle? Sognatore? Forse; «but I’m not the only one». Soprattutto perché, come si diceva, l’alternativa all’estensione di quel modello di pace, quale avrebbe potuto essere? Quale potrebbe essere? È per la paura di quella probabile alternativa, credo, che quella possibile promessa si è fortificata, nelle mia mente è in quella di molti altri. Ora, che fare? Abbandonarla sul selciato delle delusioni, o provare a rinfocolarla, dandole nuova linfa, altre idee, diverse strade?

Non ho risposte, ancor meno certezze. Ma è inverno, quasi Natale, e «rinfocolare» è un concetto e una parola che mi sembra funzioni e sia in linea con il periodo, diciamo. Il lavoro, certo, sarà duro e non agevole, contrastato com’è da quelli che, con la facile scusa dell’esser concreti, puntano a frammentare, dividere e contrapporre, per salvare i propri interessi e accrescere i loro beni con i dividendi dell’odio. La pace e la concordia, invece, pagano meno individualmente, ma han senso solo, e nella misura in cui, sono condivise e comuni.

Auguri di buone feste.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.