Sono i fatti a non seguire le regole che inventiamo

Nella prima fase dell’azione di contrasto al contagio, le formule sono state dure, ma facili da spiegare e capire. Anche un minus habens può dire «state a casa», soprattutto se ciò è da intendersi senza se e senza ma; è quando però si passa dallo «Stay at home, protect the NHS, save lives» (stai a casa, proteggi il servizio sanitario nazionale, salva vite), per dirla con gli slogan di Boris Johnson, allo «Stay alert, control the virus, save lives» (stai attento, controlla il virus, salva vite) che i nodi vengono al pettine (ovviamente, né la scelta della locuzione latina, né il riferimento implicito alla sistemazione dei capelli muovono da giudizi o considerazioni sul premier inglese, che, se tali, prescindono dal periodo appena scritto e dalla situazione di cui si scrive).

Dismettendo toni eventualmente canzonatori, i problemi rimangono, e sono tutti sul tavolo. E il principale fra questi è che nessuno sa come affrontarli, nella loro complessità. La scienza, in questo, dà risposte parziali, come onestamente solo può fare: chi dicesse «si fa così, perché è così certamente che si deve fare», dinanzi a un morbo noto al mondo, e all’ipotetico lui stesso, da appena qualche mese, direbbe una cosa poco scientifica, tutt’al più religiosa. E infatti, non è raro incontrare atteggiamenti fideistici in quanti all’invito di non uscire si rifanno in modo rigoroso e acritico, livorosi verso chiunque non ammiri la loro ortodossia e rassicurati dal dogma di poter salvare il mondo lungamente assisi sul proprio sofà, mentre quel male, il virus, soccombe sotto i colpi di eroiche armate del bene, in guanti e mascherina. I fatti stanno un po’ diversamente, e soprattutto non seguono le regole che noi ci inventiamo, tantomeno la morale che le ispira, come quella che vuole innocuo, per il contagio, stare in mille in una fabbrica, ma rischiosissimo correr da soli fra prati e sentieri isolati.

Perciò ci troviamo spesso davanti a paradossi inevitabili. Si riaprono le attività produttive e commerciali, ma non le scuole, perché a bambini e ragazzi è arduo far rispettare lì dentro il distanziamento sociale e possono involontariamente farsi portatori di contagio, infettando quelle fasce di popolazione, ad esempio gli anziani, più a rischio di complicazioni per la malattia. Così, i genitori vanno a lavoro, ché non tutti possono farlo da casa, e i figli finiscono con i nonni. Oppure, si autorizzano gli alberghi a riaprire, ma ci si stupisce, mentre permane il divieto, per tutti, di spostarsi da una regione all’altra, che alcuni operatori continuino a tenere i loro hotel chiusi, per evitare spese che difficilmente coprirebbero. Ancora, riparte il settore dell’automotive, concessionarie incluse, ma si continua a dire alle persone che non si sposteranno per molto tempo, che in autunno potremmo ripiombare in un nuovo, stringente, lockdown, e che il solo pensare di mettere in macchina un’intera famiglia per farsi un giro è un atto poco meno che criminale.

È difficile uscirne, molto più che cantare da un balcone con le bandiere al vento?  

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