Si fa presto a parlare di «rispetto delle tradizioni»

Scriveva nel 1958 Ernesto de Martino concludendo la Prefazione alla sua monografia sulla ritualità del pianto funebre nella tradizione del Meridione italiano, e in quella lucana in particolare: «Per queste povere donne che vivono negli squallidi villaggi disseminati tra il Bradàno e il Sinni, non sapremmo disgiungere il nostro ringraziamento dal caloroso augurio che, se non esse, almeno le loro figlie o le loro nipoti perdano il nefasto privilegio di essere ancora in qualche cosa un documento per gli storici della vita religiosa del mondo antico, e si elevino a quella più alta disciplina del pianto che forma parte non del tutto irrilevante della emancipazione economica, sociale, politica e culturale del nostro Mezzogiorno» (E. de Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento funebre al pianto di Maria, I ed. 1958, Bollati Boringhieri, 2000, p. 5).

Quando sento parlare di «rispetto delle tradizioni», non posso non andare con la mente a quelle parole dell’intellettuale socialista partenopeo. Da meridionale e progressista, l’autore di Sud e magia sapeva che molte tradizioni possono essere solamente il segno dell’arretratezza o della sottomissione. D’altronde, con uso delle parole ardito a livelli hitleriani e uno spregiudicato abuso del potere legislativo degno di una Semiramide, gli schiavisti degli Stati del Sud dell’America dei diritti e dell’indipendenza definivano «peculiare istituzione» la schiavitù, e tale la fecero approvare nelle loro norme. E se c’è una cosa che mi rassicura nella perdita di antiche usanze è la coscienza che, fra queste, andranno via anche le peggiori e più retrive.

So che può sembrare cinico l’apparente disinteresse nelle mie parole per il patrimonio di usi e costumi che le tradizioni rappresentano. Ma è, al contrario, amore per le donne e gli uomini che non di rado le hanno subite. La bonomia arcadica a cui rimanda il termine «lavanderine» per me è il dolore nel guardare le dita ritorte nell’artrosi delle anziane dei miei paesi. La festa mitica dei raccolti sulle aie d’un tempo a me fa venire in mente la fatica di uomini ricurvi nella schiena segnata sotto i covoni e con le dita tagliate dalla paglia e dalla polvere. Benedetta sia la lavatrice, benedetta la mietitrebbia.

Soprattutto, benedetta sia la cultura e l’istruzione, sola fonte di emancipazione e riscatto.  

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