Del merito della democrazia

«La selezione delle competenze è estranea alla procedura democratica del voto (anche se essa non vieta ovviamente ai cittadini di impegnarsi a cercare e a selezionale il personale politico migliore) – l’uguaglianza politica […] significa che ogni cittadino/a ha per diritto ugual potere di voce, che significa di discussione. Ma quando la celerità e la qualità della decisione sono parte stessa della natura della crisi, può succedere che questo sistema politico appaia insoddisfacente. In questo caso […], la crisi nella quale si dibatte la democrazia […] può avere risvolti preoccupanti, poiché a essere messa in dubbio è appunto la specificità stessa della democrazia, il fatto cioè dell’uguaglianza politica la quale nega che la politica debba appartenere a chi è competente e che condizioni di base siano la velocità e la qualità di un suo determinato esito».

Di questa lunga citazione delle parole di Nadia Urbinati (da Democrazia in diretta. Le nuove sfide della rappresentanza, Feltrinelli, 2013, p. 71) mi servo per introdurre un tema spesso trattato, a mio parere, non nel giusto modo: quello che una certa semplificazione amante delle etichette chiama «meritocrazia». Mutuando la definizione da un libro più citato che letto (se fosse diversamente, saprebbero come va a finire la vicenda nelle pagine della distopia di Michael Young), i cantori del “merito”, partendo dall’idea facilmente seducente del dare il potere solo a chi ha le competenze per usarlo, arrivano quasi a sostenere che, essendo pure il voto un potere, anche questo dovrebbe andare solo a chi ha sufficiente preparazione e perizia per esercitarlo. Follie? Come no; nondimeno si son sentite, e persino da parte di rappresentanti istituzionali ed esponenti di correnti di pensiero non trascurabili per dimensione e importanza.  

Per chiarire nel modo più semplice possibile cosa penso a riguardo, dico subito che nessuna delle poche e inutili cose che so mi dà un diritto in più di qualsiasi altro nell’esprimere un qualsivoglia parere, né uno di meno. A sentire quelli che eccepiscono sul suffragio universale perché «pure quella che acclamava Hitler e Mussolini era “la gente”, era il popolo», mi corre un brivido sulla schiena. Perché sì, il popolo sostenne i dittatori, come spesso accade, e sì, il popolo non di rado sbaglia: ma pensare di limitare o addirittura negare la facoltà di espressione con quelle motivazioni mi sa di scusa restauratrice. E poi, “la gente” – nell’accezione dispregiativa di chi la vuole incolta – che sospinse i totalitarismi non fece nulla di qualitativamente dissimile dagli intellettuali che non si opposero al nazismo o dai professori universitari che non si sottrassero al giuramento di fedeltà al fascismo, per dire.

In tutti i casi, c’è un altro aspetto da non sottovalutare nella perniciosità dell’argomentazione dei sostenitori del “consenso informato” in senso esclusivo. Si sente spesso ripetere che, in linea ipotetica, tale restrizione non dovrebbe valere in generale, ma solamente nei casi in cui l’argomento sul quale si è chiamati a decidere con un voto sia di particolare difficoltà, come è avvenuto in concomitanza col voto britannico sull’uscita dall’Unione europea o, nel caso italiano, quando si è trattato di decidere, via referendum, sulle trivellazioni in mare. Bene, ma a questo punto, pure la Costituzione è un affare complicato: se ci vollero costituenti di quella statura nel ’46 per definirla, come è possibile chiedere a semplici elettori di valutarne le modifiche, sempre per via referendaria?

E continuando, conseguentemente, questo ragionamento potrebbe essere esteso a qualsiasi aspetto. Per esempio, su cosa si è chiamati a votare alle elezioni politiche? Sul programma elettorale col quale i partiti si presentano (almeno in via teorica). Ora, quel programma avrà delle specifiche in campi complicatissimi, dall’economia all’assetto istituzionale, dalle relazioni internazionali alle norme sul lavoro o sull’ambiente. Quanto posso capirne io? E come evitare, se dovesse passare il principio per cui le conoscenze sono necessarie per esprimere quel tipo di giudizi, che qualcuno non inizi a ragionare anche sui quei temi, proponendo di escludere da quelle elezioni quanti non sappiano pienamente capirne l’intero significato e tutte le implicazioni? E magari, proporre una sorta di voto differenziato, in base, appunto, alle competenze di ognuno.

Io potrei capire di economia ma non di ambiente, essere un esperto di questioni scolastiche ma non aver alcuna idea di cosa siano le relazioni internazionali; allora, per quelle competenze, sarei in grado di votare alle elezioni amministrative e regionali, ma non per le politiche e via dicendo. Se si presuppone la necessità di un esame di cittadinanza, come non impedire che esso valga per tutti i campi o possa differenziarsi per livelli differenti? Sarebbe la fine del suffragio universale.

Ma prima dell’esame, a quel punto rinuncerei al mio diritto.

Note a margine. C’è un però, rispetto a questa piccola questione, che secondo il mio modesto parere ne è un in qualche modo all’origine. Quelli che dicono che in uno Stato moderno il potere dovrebbe andare ai competenti sono un po’ l’altra faccia della medaglia rispetto a quanti dicono che la democrazia è il governo di tutti, tra questi equamente diviso. All’origine, mi azzardo a dire, c’è una sorta di sfiducia nel sistema democratico, avvertita in alto e in basso – se mi passate questa suddivisione – della scala sociale. Dovuta a cosa? Direi a una serie di promesse implicite nel sogno di quel sistema e in misura varia sentite tradite, ma non saprei dire di preciso quali e come. A riguardo, mi vengono in mente altre parole, sempre della Urbinati, in un testo diverso da quello citato all’inizio. Scrive infatti la docente della Columbus University di New York in La mutazione antiegualitaria (Intervista sullo stato della democrazia, a cura di Arturo Zampaglione, Laterza, 2013, p. 5) che se, nel tempo presente, «vogliamo lo sguardo alla sfera della vita privata, e poi ancora ai cambiamenti intellettuali, sociali e politici, non tardiamo a scoprire che esiste una maggiore distanza tra le persone in relazione alle opportunità che hanno di acquisire beni effettivi e simbolici, tra i quali il riconoscimento e il potere di prendere le decisioni o di influire su chi è deputato a prenderle».

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