L’epifania del potere in un’immagine

C’erano anche le dighe, i ponti e le autostrade fra le questioni non conosciute e di cui non parlava il Michele Apicella di Nanni Moretti in Sogni d’oro. Strutturisti da bar ne abbiamo avuti a iosa e a noia in questi giorni, durante i quali l’unico pensiero che ho avuto è stato per le vittime del disastro di Genova e per i loro congiunti. Il resto si accerterà, e i processi di piazza in cui tanti si sono lanciati, anche da posizioni che mal si dovrebbero conciliare con la semplificazione e la corsa alla risposta non ponderata, non serviranno se non a nascondere le responsabilità, quelle vere.

Una cosa però mi è chiara, guardando le mille immagini che in questi giorni hanno riempito i giornali e ripensando a tutte le volte che mi è capitato di percorrere il ponte Morandi sull’A10: quel viadotto, quell’opera ingegneristica, è un monumento ai rapporti di forza in questa società. Tagliando il cornicione del palazzo che col pilastro sovrasta, esso incide nella carne viva della città il suo segno più forte, quello che proclama la volontà di affermazione del potere. Certo, i tempi in cui fu costruito erano già democratici, e gli abitanti di quelle case furono parzialmente indennizzati. Così come democratica è la violenza del progresso viario genovese, che arrivò, nella stessa epoca, a piantare i piloni della Sopraelevata a pochi metri dai giardini della Villa del Principe e a far sfiorare dalle sue barriere le belle facciate affrescate di Palazzo San Giorgio. Ma in quell’incisione su tetti e grondaie c’è di più, quasi la dichiarazione, la rivelazione dell’essere indifferente agli uomini dello sviluppo che in quegli anni si andava realizzando e compiendo.

Questo era quanto vedevano nella loro contemporaneità quelli che denunciavano la scomparsa delle lucciole dalle città e, con esse, dei rapporti autentici fra le persone che la dimensione cittadina avrebbero dovuto viverla, invece che meramente risiedere fra le sue case e i suoi spazi sempre meno umani.

Tale era il potere che in quel periodo iscriveva sul territorio i suoi segni, definendo i rapporti di forza e incurante degli uomini, in particolar modo dei più deboli fra loro. Un ponte in una città industriale, una diga in una valle alpina, un’acciaieria a ridosso delle abitazioni; nulla poteva essere fermato per non arrestare il farsi di quel peculiare, e per certi versi malinteso, progresso.

Forse in questo si annidava l’alienazione dal quel tanto-avere scambiato per benessere da cui nacquero movimenti oppositivi così radicali da non poter cercare e trovare una loro misura, fino a cadere nel nichilismo distruttivo e senza redenzione o nella rinuncia alla socialità con l’illusione edonistica di un’individualità per sé bastante.

Una riflessione sarebbe necessaria, ma, con le parole del Poeta, a quelli che potrebbero farla «il tempo manca», come è mancato in questi decenni. Ora piangiamo i morti, perché questo dobbiamo fare. Però, quando ne avrete l’opportunità, voi chiamati alla rappresentanza, alla guida e all’uso dell’intelletto per professione, ve ne prego, pensate ai vivi che abbandonate e a tutte le loro esigenze, non solo quelle del possedere e del consumare.

Sempre che ne abbiate voglia, modo e capacità, ovviamente.

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