Borghesi piccoli piccoli contro la cultura sindacale

Se non ci fossero altre circostanze a supporto, le parole con cui ieri due tra i rappresentanti dei maggiori sindacati italiani hanno risposto all’improvvida uscita dell’inconcepibilmente vice presidente della Camera, Luigi Di Maio, sarebbero sufficienti a chiarire quanto sia mainstream oggi, fra le forze politiche più importanti, il pensiero piccolo borghese che vede nelle organizzazioni di categoria e nei corpi intermedi della società il problema per lo sviluppo e il limite alla crescita dell’economia. Il segretario confederale della Uil, Carmelo Barbagallo, ha commentato con un sarcastico «avanti un altro; se hanno idee buone per il mondo del lavoro ce le facciano conscere», mentre la sua pari grado della Cgil, Susanna Camussa, ha criticato, senza nascondere il disappunto per quella che sembra esser divenuta una moda, il «linguaggio autoritario e insopportabile, ma non è il primo che lo usa; ce n’è stato un altro che poi ha fatto il Jobs act».

Il fatto che il leader di uno dei maggiori partiti nazionali dica ai sindacati «o vi riformate spontaneamente, o vi indurremo noi a riformarvi», è il sintomo, l’ennesimo, di quell’eterno fascismo che questo Paese sembra vivere senza particolari apprensioni, almeno fino a che non ne è morso diffusamente e negli interessi particolari dei singoli. Come scriveva a Giovanni Ansaldo il mio conterraneo Giustino Fortunato, nel febbraio del 1930 (in Carteggio 1927-1932, Laterza, 1981, p. 185), infatti: «Non “rivoluzione”, no, ma “rivelazione” è stato, e rimane, il fascismo: rivelazione di quel che realmente è, di quel che realmente vale l’Italia. Il fascismo è proprio l’Italia, di ieri e dell’altro ieri, così come sarà indubitatamente, l’Italia di domani e di domani l’altro Oggi come ieri, non sarà affatto rivoluzione; al massimo, rivelazione». Oggi come ieri, appunto, e adesso non solamente fra le forze che, dichiaratamente, si dicono di destra, ma pure tra chi, nominalmente di sinistra, i sindacati li vede utili come «gettoni per l’iPhone», o in quanti, come nel caso del grillino in cravatta blu, che non avendo mai lavorato crede di sapere tutto dell’organizzazione del mondo del lavoro, si dicono «oltre» quelle distinzioni tra categorie politiche ritenute passate, come solitamente fanno i reazionari e quelli che a loro reggono il gioco, peraltro.

Per il Giggino pentastellato, e per i tanti che come lui condannano i sindacati senza averne contezza, bisogna però aggiungere una valutazione di altro tipo. Il loro un supplemento di rabbia è il sentimento di un ex ceto medio, ormai impoverito ma culturalmente alto, o comunque superiore a quello di molta parte delle classi lavoratrici sindacalizzate del recente passato e ancora del sempre minor importante presente, quasi fosse quel «vivo sentimento di invidia e di odio per le classi lavoratrici» che Gaetano Salvemini, nelle sue lezioni ad Harvard (raccolte a cura di Roberto Vivarelli in suo Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard, Milano, 1966) rintracciava nella borghesia impiegatizia e intellettuale all’inizio degli anni ’20 del secolo scorso, e che oggi, al massimo, potrebbe essere patrimonio di un precariato creativo e soffocato. Proprio in quei testi (cfr. Id cap. 10, Lo sciopero generale dell’aprile 1919, pp. 118-119), il politico di Molfetta riporta un articolo del Corriere della Sera, in cui si sosteneva: «Oggi sono molti gli ingegneri professionisti od anche dirigenti di officine, moltissimi i professionisti, i funzionari pubblici, gli alti magistrati, presidenti di tribunali e di corti, professori ordinari di università, consiglieri di stato, i quali non sanno credere ai loro occhi. Vedono dei capi tecnici chiedere paghe, le quali […] sono di 1000, 1250, 1625 e 2000 lire il mese […]. Che cosa dovremmo chiedere noi, si domandano tutti quegli alti magistrati, quei professori universitari, i quali hanno passato nello studio i più begli anni della vita per giungere sì e no verso i 35-40 anni a 600 lire di stipendio al mese ed i più anziani alle 1000 lire? La mortificazione nei ceti intellettuali è generale. I padri di famiglia si domandano se essi non hanno torto di far seguire ai loro figli corsi di studio lunghi 12 o 14 anni, dopo le scuole elementari; e se non sarebbe meglio di mandarli senz’altro in una officina».

Pensare a quanto somigliano queste parole a quelle che si ascoltano dalle alte professionalità, impiegate o potenziali, contro coloro che ancora hanno un posto fisso e lo difendono, fa riflettere davvero, soprattutto se consideriamo che quella borghesia impiegatizia e di concetto fu un forte alleato culturale nella repressione delle nascenti rivendicazioni socialiste, operaie o bracciantili che fossero.

Una rabbia, un odio, un rancore, quelli attuali, che però a parer mio non muovono solamente dalla considerazione della diversa situazione occupazionale, né delle differenti tutele. Nascono, invece e più tristemente, da un’aspettativa tradita, dalla promessa non realizzatasi del mito dell’autoimpiego. Pensandoci bene, quella cultura dell’autonomizzazione del lavoratore è potuta diventare da dominante, egemone perché in tanti hanno voluto crederci durante i lunghi anni del self made man, del “tutti imprenditori”, dal tycoon dell’industria al pizzicagnolo all’angolo, fino al lavoratore che non è più precario e sfruttato, ma “imprenditore di se stesso”, nella progressione infinita, quand’anche solo presumibile, dell’economia.

Una mito seducente, capace di far leva sull’apparato dei desideri, di generare passioni e promesse a cui non sempre dare seguito, infatuazioni persino durature. E come tale, in grado di deludere, non prima di aver spostato su di altro le ire per l’oggetto desiderato e perduto, non sulla menzogna medesima del racconto di cieli azzurri e soli in tasca, se solo si fosse accettata l’ineluttabilità dei rapporti di forza nel mondo liberato dalla dittature dei corpi intermedi e, soprattutto, di quel residuo di contro potere popolare che ostinatamente ambisce a essere ogni sindacato dei lavoratori.

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4 risposte a Borghesi piccoli piccoli contro la cultura sindacale

  1. Fabrizio scrive:

    Ciao Rocco,
    le parole e /o affermazioni di Di Maio nei confronti dei sindacati e le relative risposte da parte dei sindacati nei confronti del leader M5S rappresentano l’Europa a piu’ velocita’.
    Nel 1997 ci fu il referendum sulla devoluzione scozzese e nel 2014 il referendum di indipendenza della Scozia nei confronti del Regno d’Inghilterra.
    La Catalogna e non solo, regione Stretto di Gibilterra …., e’ l’inizio della suddivisione ….
    Un esercito europeo di regioni, di molti piu’ popoli, di molti cittadini di identita’ territoriali diverse all’interno del contesto paese/nazione.
    Regno di Inghilterra ,Regno di Castiglia(Spagna,Madrid), Principato di Monaco, Repubbliche di Regioni….

  2. Fabrizio scrive:

    La Regina degli inglesi, il Re dei spagnoli, il Re dei belgi….

  3. Fabrizio scrive:

    La fine dell’Europa tra il il 1895 e il 1914 nel passato ;tra il domani 2021 e ieri 2002
    Il cerchio uomo vitruviano avente un raggio tra i 107/108 anni.

  4. Fabrizio scrive:

    case italiane dei sindacati , assistenza previdenza sociale modello gand 1893!?

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