Capita pure a me di riderne, ma in effetti ha ragione chi consiglia di non sottovalutarlo

Lo ammetto: quando penso a Di Maio, rido. Sia chiaro, non che mi capiti spesso, ché per fortuna ho ben altri e più interessanti e dolci pensieri. Ma, a causa della sua quasi onnipresenza in tv e sui giornali, accade; e quando succede, dicevo, rido. Un po’ per lui, a cui consiglierei un disco degli Intillimani accompagnato da un manualetto semplificato di grammatica; molto per quest’Italia che con uno come lui con velleità da classe dirigente ha dovuto fare i conti. In effetti, però, se non tutte le ragioni, di sicuro ha pochi torti chi consiglia, come Francesco Castellato in un suo articolo ricco di spunti interessanti, di non sottovalutarlo.

Scriveva sul sito Linkiesa qualche giorno fa Castellato che Di Maio rappresenta un buon pezzo della nazione per vari motivi, tra cui (e a mio giudizio quelli più calzanti in tutta la riflessione), il fatto che «non è solamente “uno di noi”. È la personificazione di tutto ciò che di noi è stato penalizzato, in questi anni. È giovane, il più giovane candidato premier che ci sia mai stato, coi suoi 31 anni, nel momento in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto percentuali da record. È del Mezzogiorno, negli anni in cui la forbice tra Nord e Sud del Paese è tornata ad aprirsi come mai prima d’ora. È (era) un freelance, senza contratto a tempo indeterminato: di quelli che le banche nemmeno li fanno avvicinare allo sportello. La personificazione della vittima di questi dieci anni di crisi. […] Di Maio è perfetto per marcare le distanze tra la classe dirigente e il resto del Paese. Attacchi lui e le sue debolezze, e finisci col prendertela con la maggioranza degli italiani. Lo sfotti perché non è laureato? Notizia: siamo il penultimo Paese europeo per percentuale di laureati sul totale della popolazione. Lo sfotti perché prima di fare politica era un giovane nullatenente e disoccupato? Contateli, i giovani nullatenenti e disoccupati, e aggiungeteci pure i loro genitori, già che ci siete. Ah, e se credete che fare i primi della classe coi tempi verbali e le citazioni in punta di Wikipedia porti consenso, vuol dire che vi siete dimenticati quanto fossero “popolari” i primi della classe quando andavate a scuola». Verissimo; non saprei aggiungere altro.

Tranne forse una cosa. Curiosamente, il post di Castellato era titolato: «Di Maio è l’autobiografia dell’Italia di oggi». Non so quanto volutamente provocatoriamente, ma quelle parole sono la citazione di un pezzo famoso di Piero Gobetti su La Rivoluzione Liberale in cui spiegava le ragioni del fascismo anche con la rinuncia alla lotta politica, come si potrebbe dire oggi, con la fine dello scontro tra destra e sinistra, tra interessi concorrenti, tra opposte ideologie.

Per poi concludere, mestamente: «È doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri fino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco. Ma ci si sentiva pure una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro».

Scettico anch’io; chissà, forse, domani.

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