L’università e il portato simbolico che chi la vive non le riconosce

Mi è capitato di discutere, sui social e dal vivo, dei fatti di cronaca legati all’indagine sul sistema delle abilitazioni scientifiche nazionali condotta dalla Procura di Firenze, e molti di quelli che, personalmente o per via di congiunti, hanno a che fare con il mondo accademico per vie professionali, docenti, ricercatori o dottorandi che siano, si sono precipitati, accalorandosi in alcuni casi, a spiegarmi che «non si può generalizzare partendo da un’inchiesta», «l’università non è tutta così», «negli ultimi anni molte cose sono cambiate», e via discorrendo con argomentazioni, come quelle contenute in questo bell’articolo di Fabio Sabatini per Strade, tese a chiarire ai profani, nel senso di non pienamente consapevoli dei risvolti della materia, quali e come sono i processi selettivi oggi in quell’universo.

Bene, amici carissimi e professionisti dotati: tutto quello che dite, chi mai l’ha messo in discussione? Non di certo io; lungi da me pensare che gli atenei siano un coacervo di corruzione, che lì non alberghino competenze e conoscenze pregiate ed elevatissime, che chi è davvero capace, per quelle strade trova il suo posto. Ma perché ve la prendete con l’indignazione di quelli che non conoscono tutti i meandri dei luoghi che frequentate? Bisogna forse sapere a memoria tutti i commi del Codice degli appalti per indignarsi quando un sindaco o un dirigente pubblico finiscono in carcere? È necessario essere medici esperti per scandalizzarsi per un caso di malasanità? Non si può provare rabbia se la Guardia di Finanza scopre un giro di evasione Iva e false fatturazioni se non si è almeno tributaristi affermati? E perché se cose non dissimili accadono fra le aule e i dipartimenti di una facoltà dovrebbe essere diverso? Per differente lignaggio, perché non si può provare sdegno per il comportamento di un docente senza avere il suo stesso numero di pubblicazioni, in virtù di una qualche alterità accademica? Qui ci sono sette professori arrestati, ventidue interdetti dall’insegnamento e una cinquantina di indagati: a meno di non pensare a un complotto dei giudici verso il sistema dell’alta formazione e della ricerca, dev’esserci di più di qualche chiacchiera da bar o post senza fondamento. Calmatevi, vi prego: nessuno giudica tutti, ma alcune cose si vedono. E si criticano, come pure voi accademici fate quando vi lamentate delle cose che, alla stregua di noi che non abbiamo fatto i vostri stessi alti studi, leggete sui giornali.

E poi c’è un dato che, paradossalmente, sembra sfuggirvi; quei luoghi che frequentate con la sicurezza dell’abitudine, per gli altri hanno anche un valore simbolico, quasi la sacralità del concetto dell’eccellenza. Per questo motivo, un cognome che si ripete lì fa molto più rumore di uno che si reitera in altri, più bassi e meno prestigiosi, gangli della vita pubblica di questo Paese. Possibile che non ve ne accorgiate?

Su tutto, poi, c’è quella un’usata pratica delle classi dirigenti nostrane che ha sensibilizzato e reso meno disposto alla comprensione l’approccio medio a questioni come queste. Volendo usare un esempio, ieri mi veniva spiegato che la «storia dei cognomi» nelle università è sopravvalutata. Concesso; ma esiste. E non si mette in dubbio che il talentuoso possa riuscire a emergere. Al contrario, fa sorgere molti dubbi la constatazione che in alcune famiglie siano tutti talentuosi. Di più, mi si diceva che conta poco perché sono i curricoli a definire le carriere, e quelli si formano in modi complessi, attraverso gli studi e i percorsi individuali e pure con meccanismi poco rispondenti alle logiche parentali, come le pubblicazioni su riviste scientifiche serie, che guardano più alla qualità della ricerca che alla genealogia del ricercatore.

Anche qui; ovvio. Però, c’è o no problema familistico, o di cerchia, gruppo, clan, in quegli ambienti? C’è un problema di opportunità date solo ai figli di, agli amici di, ai sodali di, oppure ce lo inventiamo noi che siamo esclusi dai giri migliori? E non è forse in virtù di quelle stesse opportunità che si costruiscono e ampliano i curricoli che poi vengono selezionati (perché a quel punto lo sono, sicuro) quali migliori?

Io di università non ne capisco affatto, ma se uno viene favorito nell’accesso alle migliori, nel fare un dottorato, nell’avere un posto da ricercatore, nel condurre gli studi più proficui, nel pubblicarne i risultati attraverso i canali più importanti, non è forse proprio in virtù di quel favore che si definisce il suo curriculum, per quanto prestigioso e saldo sia? E non dovrebbe destare scandalo quella situazione? Non dovrebbero indignarsene quanti pensavo di non essere arrivati a quelle vette esclusivamente perché non all’altezza? Sarebbe come impedire al figlio dell’operaio di iscriversi a medicina, e poi pretendere che accetti sorridendo che diventi primario quello del padrone perché il suo non è diventato dottore.

Per questo, in un Paese a mobilità sociale bloccata, la «storia dei cognomi» non è un marginale inconveniente.

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