La classe seguente

Insomma, uno non può mai essere certo che diano corso alle cose che hanno detto. Parlo dell’élite politica e istituzionale del nostro Paese. Come dire, ci si addormenta la sera con la tranquillità che siano addivenuti a una decisione e ci si risveglia al mattino con l’angoscia che dà il senso di vuoto misurato sulle loro azioni non conseguenti. Oddio, angoscia; diciamo disappunto, contrarietà, meglio, fastidio.

Prendiamo il caso della legge elettorale. Dopo averne messa a punto e definita una con forzature che non si vedevano dai tempi di Vittorio Emanuele III (o era Vittorio Amedeo? Boh, chiederò alla Fedeli, dovessi mai incontrarla a Cherasco), essere stati eletti con un sistema incostituzionale e averne pensato un altro (manco a dirlo, incostituzionale) imbarazzante come tutte le fami troppo grandi per stomaci piccoli, la classe dirigente italiana si è impantanata di nuovo. E mentre cambia opinione al ritmo d’un pendolo che batte i secondi come fossero decimi (ieri un partito era «nato per superare il centro sinistra», oggi ne insegue vestigia a fumetti), si disperde in mille rivoli d’insipienza. Più che dirigere il discorso pubblico, cosa che dovrebbe fare per definizione, ne insegue gli umori. Anzi, è così tanto concentrata nel ruolo di segugio di ogni singolo rumore di fondo scambiato per tendenza, che più che dirigente si potrebbe chiamarla «classe seguente».

Nel senso che segue, appunto, e anche che viene dopo. Dopo le esperienze più nobili che a quel cimento furono dedite e dedicate, dopo gli esempi migliori che hanno saputo disperdere dicendosene ispirati e dopo i titoli di coda che, implacabili, da tempo scorrono sul racconto che di questa stagione che s’ostina a resistere al suo esito e dei suoi protagonisti qualcuno pur sarà costretto a fare. Non salvandone nessuno nell’implacabilità d’un giudizio di netta condanna, temo.

Soprattutto quelli, come chi qui scrive, che in loro han per un attimo creduto.

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