Io me ne chiederei il perché

Per disposizione personale, sono più incline a farmi domande che pronto a dare risposte. E l’abitudine al dubbio, a volte, mi spinge a pormi anche quelle che altri, per le ragioni più diverse, ignorano o eludono. Capita, così, che mi chieda cose  che concernano pure situazioni nelle quali difficilmente potrei trovarmi o relative a posizioni che mai mi competeranno.

Ad esempio, se io fossi ancora nel Pd, o se addirittura ne fossi dirigente, mi chiederei come mai tanta gente che in quel progetto aveva creduto, oggi nemmeno per ipotesi prenda in considerazione l’idea di votarlo. Io non sono stato un dem della prima ora, anzi; la stagione veltroniana di quel partito e la mitologia del Lingotto, sinceramente, non mi hanno mai convinto. Mi iscrissi dopo la vittoria di Bersani, per le prospettive che la sua segreteria pareva offrire. All’epoca, il Pd era all’opposizione contro il berlusconismo trionfante e nel territorio che vivo perdeva provinciali e regionali. Insomma, non era un forza “attrattiva” (leggete questa parola come volete) sotto il profilo della potenza istituzionale, però mi convinceva nel discorso e nella proposta politica. Nel 2013, poi, la «non vittoria» alle elezioni portò al risultato per cui quel partito governa da allora con un quasi monocolore e attraverso tre suoi esponenti come presidenti del Consiglio, tranne quello vinse le primarie per candidarsi a farlo, Bersani, appunto. Ma la storia è andata così e questa è una nuova stagione, nella quale io, che non sono buono per tutte, non ci sono. Poco male; però, sempre per quella inclinazione al dubbio, se adesso paiono buoni un milione appena di votanti alle primarie quando solo quattro anni fa furono quasi tre, io me ne chiederei il perché, interrogandomi sulle scelte fatte e sulle decisioni prese.

E guardate che non sto affatto dicendo che sia tutta e solamente colpa di Renzi. Al contrario: lui, almeno, ha avuto la bontà di dire che le cose che ha fatto, le ha fatte perché voleva farle, perché quelle crede che siano le cose giuste da fare. Gli altri, a cominciare dal suo sfidante principale, Orlando, dato che Emiliano corre appena per rappresentarsi, le hanno sostenute e votate. E se lo hanno fatto senza convinzione o ritenendole sbagliate, come ora paiono cercare di spiegare, è ancora peggio. Ecco perché dicevo che quell’intero gruppo dirigente e la sua rappresentanza istituzionale dovrebbero farsi delle domande sul senso profondo e sostanziale delle cose che, da quel lato del campo politico, sono successe in questi anni.

Ovviamente, non avverrà. Non avverrà perché quelli che si fanno dubbi e domande non abitano più lì, o se lo fanno, alla fine si accontentano delle risposte che trovano o che gli paiono sufficienti a sedare le loro ipotesi, tipo quella per cui «è tutta colpa dei populisti». Dopotutto, per essere dirigenti di un partito, bisogna esser saldi nelle proprie convinzioni, che non sono tanto legate alle cose che si faranno, ma al fatto che, comunque vada, si farà di tutto per essere tra quanti saranno a farle.

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