Il limite del relativismo

«L’attentato di Drottninggatan è il fallimento di un modello sociale?», chiede, per il Corriere della Sera in edicola lunedì, Gaia Piccardi a David Lagercrantz. «Non direi», risponde lo scrittore, «non è la fine di tutto. Non è saggio reagire di pancia quando qualcosa di così terribile come un camion che si abbatte sulla folla bussa alla tua porta. Sarebbe troppo facile. Dopo il panico, il terrore e il dolore, ho visto uscire il meglio della Svezia e degli svedesi». «A cosa allude?», ancora la giornalista. Lagercrantz spiega: «Alla solidarietà, agli abbracci, all’aiuto reciproco scattato in automatico, spontaneamente, senza che nessuno ci chiedesse di non barricarci in casa. Alla mobilitazione lanciata su Facebook, con l’invito a ritrovarsi in piazza Sergels Torg, non lontano da dove il camion del terrorista ha falciato la folla. Il dramma e l’emergenza ci hanno uniti: questo è il lato positivo della storia».

Molto più modestamente, come l’autore di Millennium, anch’io ho pensato a quella solidarietà, ai fiori sulle auto della polizia e al sindaco di Stoccolma che, parlando della sua città ferita e nelle prime ore del dopo attentato, ha usato termini quali «apertura», «tolleranza», «democrazia». E poi ho ascoltato molte interviste, di svedesi e di stranieri, tutti a dire che da quel modello di convivenza non si doveva recedere, nonostante la violenza folle e criminale del terrorismo, anzi, proprio per rispondere a essa. Ma, fra le tante, mi sono capitate alle orecchie pure parole diverse, che parlavano della terra scandiva come di un luogo in cui l’integrazione non è facile. Un giudizio, a giudicare da come risponde quella nazione alle richieste umanitarie e alla barbarie di cui è stata oggetto ieri, eccessivamente sprezzante e ingiunto. Perché se il fratello migrante che in quel modo parlava è davvero così che la vede, allora è da prendere in considerazione l’ipotesi che non sia in questa parte di mondo che voglia vivere e crescere.

Davvero; la Svezia è uno dei punti di maggiore apertura della civiltà europea e occidentale, un Paese faro nel tema dei diritti e bussola per le questioni sociali. Se lì è difficile integrarsi, forse non è in Occidente e in Europa che si vuol vivere. Provando a dirlo con la maggior franchezza di cui posso essere capace, noi europei abbiamo capito la lezione dell’identitarismo e dove possano condurre le aberrazioni dei concetti di nazione, popolo e cultura. È per questo che siamo diventati sempre più relativisti, tenendo fermo però il principio che c’è un limite oltre cui non si può andare: la negazione del relativismo stesso.

Perché se noi non dobbiamo ergere l’identità come randello da usare contro gli altri, nemmeno altri devono poter fare altrettanto. Perché se l’evoluzione degli Stati deve seguire sentieri laici e non confessionali, nessuna religione deve potervisi opporre. Perché se è orribile pensarsi superiori a qualcuno solo per credo, lingua o costume, non si può permettere a quel qualcuno di ribaltare il concetto in suo favore, perché commetterebbe lo stesso abominio che cerchiamo di combattere nell’insegnamento della nostra storia.

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