Le divisioni del «viva chi vince!»

Nel suo La seconda guerra mondiale, Winston Churchill scrive che Stalin, al primo ministro francese Pierre Lavall che nel ’35 gli chiedeva d’intervenire in favore dei cattolici russi anche per far piacere a Pio XI, avrebbe risposto, sarcastico: «Il Papa? Quante divisioni ha?». Poche, all’epoca, non c’è che dire. In quel tempo, i potenti erano altri, non certo il vescovo di Roma, e verso quelli si disponevano le truppe del consenso e del conformismo e, di conseguenze, gli eserciti e gli Stati.

Perché, da sempre, il maggior numero di divisioni stanno con il partito del «viva chi vince!». E oggi, se possibile, è così ancora di più. Prendiamo l’evolversi della situazione globale negli ultimi giorni. Fino a non più di qualche settimana fa, l’attuale inquilino della Casa Bianca era un pericoloso razzista xenofobo, un sessista reazionario, un pericolo per la democrazia. Adesso, per gli stessi ambienti e dai governi che di essi sono espressione in tutto il globo, è quasi eretto ad araldo del mondo libero. Perché Assad è un criminale di guerra, Putin un inaffidabile autocrate e Kim Jong-un un dittatore senza scrupoli; tutto vero. Ma io, in fila per applaudire Trump, non mi metto.

Ovvio, capisco che, proprio in ossequio all’ideologia del «viva chi vince!», alle classi dirigenti e ai governanti europei non sia parso vero di poter cogliere al volo l’occasione (dal loro punto di vista) giusta per potersi rimettere alla ruota del carro dell’amico americano. Però molte, se non tutte, delle cose che di lui dicevano loro stessi, sono vere e sono ancora lì, svettanti e imponenti come l’obelisco del monumento a George Washington.

Ecco, per quelle ragioni io, di stare dalla parte dei Trump, non me la sento.

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