Meglio conoscer qualcuno che sapere qualcosa. Non bello, ma vero

Nella continua epifania del pensiero governante di questa triste stagione che non volge al desio per continuare a vivere il proprio crepuscolo infinito, dopo la viceministra Bellanova, che spiegava come in politica i voti contassero di più delle capacità, il ministro del lavoro ci ha reso l’omaggio di un’altra delle perle del suo repertorio retorico.

Con il solito stile e l’eleganza degna della versione da bar dell’apologo di Menenio Agrippa di cui ha già dato saggi nei tempi recenti e passati, Poletti l’altro ieri ha spiegato ai giovani studenti bolognesi che «il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia; è per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum». Il ministro poi, nella mattinata di ieri, si è incaricato di rispondere alle critiche, spiegando di aver usato il calcetto quale «metafora delle relazioni sociali». Chiarimento francamente superfluo, perché quella è da sempre la parte più chiara del suo pensiero: meglio avere le relazioni giuste che un ottimo curriculum. E Poletti ha ragione. Sapere qualcosa è l’ultimo dei vostri problemi, miei cari giovani: l’importante, e il fondamentale, è conoscere qualcuno. Certo, i maliziosi potrebbero dire che per spiegare questo concetto a Poletti non servivano le parole, bastava la semplice presenza, ma io, ovviamente, non sono fra quelli. Anche perché l’esserlo non porta a nessuna conclusione. Lui è solo uno dei tanti che incarnano la visione della cui spiegazione si fan carico; la lista è lunga, compilatela voi a piacere.

Rimangono i fatti, e quelli sono veri, pur nella loro insopportabile e respingente sostanza. Non c’è nulla da aggiungere alle parole del titolare del dicastero per le politiche occupazionali. D’altronde, se lui ricopre quell’incarico, avrà contezza di quanto dice. E poi, insomma, miei amati ragazzi, guardatevi intorno, scegliete voi l’ambito, il settore, la categoria, e giudicate, in tutte le piramidi che vedete, se chi sta sopra ne sa davvero di più di quelli che gli son sottoposti, se chi decide ne ha le capacità, se chi è chiamato a dirigere una qualsiasi realtà realmente ha un curriculum migliore di quanti attuano i suoi indirizzi, o se semplicemente sono lì perché giocano a calcetto col capo, col figlio del capo, col fratello del capo…

Ah, quasi dimenticavo. So che mi potreste dire che lui, non essendo un semplice passante, un commentatore o un’analista non può limitarsi alla semplice constatazione dei fatti, quasi fosse un invito a farsene una ragione delle cose per come stanno, ma dovrebbe indicare una soluzione e una via d’uscita da una situazione che rappresenta uno dei limiti per la crescita del nostro Paese.

Però, questa osservazione, presuppone due assunti non dimostrati. Il primo, che lui davvero giudichi dannosa la circostanza in cui le relazioni valgono più delle capacità; non è detto che per Poletti questo non sia un bene o almeno un male tollerabile e che quindi lui non sia portato a dire «adeguatevi» nella piena consapevolezza che, hic et nunc, solo così la si sfanghi. Il secondo, che lui sia un ministro. Effettivamente, intendo.

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