Se era così facile, perché non lo fecero?

«I signori erano tutti iscritti al Partito, anche quei pochi, come il dottor Milillo, che la pensavano diversamente, soltanto perché il Partito era il Governo, era lo Stato, era il Potere, ed essi si sentivano naturalmente partecipi di questo potere. Nessuno dei contadini, per la ragione opposta, era iscritto, come del resto non sarebbero stati iscritti a nessun altro partito politico che potesse, per avventura, esistere. Non erano fascisti, come non sarebbero stati liberali o socialisti o che so io, perché queste faccende non li riguardavano, appartenevano a un altro mondo, non avevano senso».

Questo breve passo del Cristo si è fermato a Eboli è parte di una risposta che dovevo (e rendo qui) a un amico con cui da giorni abbiamo una frequentazione “epistolare”, avremmo detto un tempo, sul tema dell’adesione al Fascismo delle classi dirigenti italiane. Premetto subito che lui, il mio amico, è uno bravo: è professore associato, nato e cresciuto in una casa piena di libri, parla due lingue oltre la nostra, ha qualche pubblicazione riconosciuta e apprezzata alle spalle ed è erede, per famiglia e cultura, di quella borghesia progressista che tanto ha formato la coscienza di questo Paese. E io sono onorato di potermi spesso confrontare con lui. A volte, però, com’è ovvio che capiti nello svolgersi della dialettica, abbiamo posizioni inconciliabili. La questione dei docenti universitari che prestarono giuramento al Fascismo è una di queste. Se avete la bontà di seguirmi, nel dare a lui la risposta che dovevo, cercherò di spiegare i contorni della mia opinione.

La vicenda è nota: nel ’31, il Ministro per l’educazione nazionale del governo Mussolini, Balbino Giuliano, s’inventò quel voto formale di adesione al regime fascista a cui tutti i docenti universitari avrebbero dovuto prestarsi. Degli oltre 1.200 titolari di cattedra negli atenei sparsi per l’italico suolo, meno di una ventina si rifiutarono di adempiervi, dovendo così lasciare il posto che ricoprivano. Bene: secondo me, quello è il miglior esempio di “conformismo” che l’élite culturale e intellettuale abbia mai dato nella storia nazionale. A parere del mio amico, al contrario, sulla scorta dell’insegnamento togliattiano, e per dirla con le parole di Concetto Marchesi, aderendo a quell’atto in maniera puramente formale, poterono rimanere nelle università e svolgere «un’opera estremamente utile […] per la causa dell’antifascismo».

Da lì, la diatriba fra noi due. Al mio opporgli il fatto che, insomma, dal punto di vista da cui osservo, la ritorsione in caso d’inadempienza non sarebbe stata tale da giustificare l’abnegazione ai propri valori e ideali nei confronti di una dittatura che, al tempo, aveva già spiegato il pieno senso di sé, lui obiettava che non era così facile, per i docenti come per tutti gli italiani di allora, non aderire al Pnf in quegli anni. E al mio ricordare le moltitudini contadine e bracciantili che si sottrassero a quel presunto obbligo, lui mi rispondeva che, per quest’ultimi, «era più facile».

E lì, mi arrendevo, deponendo le armi della critica e lasciando andare il vigore della polemiche sostenuta dalla convinzione nelle idee. Come poteva aver torto lui, titolato a pensare e avere un’opinione sulle cose che accadono e su quelle che avvennero e ragione io, impenitente irregolare?

Già, la vita per gli ultimi dev’esser più facile; sarà per questo se ce ne sono così tanti.

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