Se nemmeno chi l’ha fatta e le ha dato il nome ne parla

La riforma della Costituzione dovrebbe essere una cosa importante di per sé. Voglio dire, se cambi il testo della legge con la quale una nazione decide di farsi Stato, è già quello un argomento fondamentale su cui discutere. Invece, in questo strano momento che volge alle urne, il “meta-voto” è più importante del voto stesso. E la cosa più curiosa è che nemmeno chi l’ha fatta, e le ha dato il nome, vuole parlare di questa riforma.

Prendiamo l’ultima uscita della ministra Boschi, inframmezzata alle discussioni sul prossimo referendum e alle ragioni per votare “sì” in quello: «Se andranno al governo loro, toglieranno gli ottanta euro e le cose buone che abbiamo fatto noi». E che c’entra col «merito» della vicenda. Perché, può essere che sia come lei dice, ma qui votiamo sulla modifica del bicameralismo, sulla riforma del Senato e sull’abolizione del Cnel: «che ci azzecca» il Governo, e soprattutto gli 80 euro (a meno di non voler dar ragione a quanti vedevano in quelli un provvedimento elettorale)?. Certo, la titolare delle riforme non è nuova a dichiarazioni inspiegabili, come quando collegò l’approvazione della riscrittura della Carta all’efficacia della lotta al terrorismo (senza che nessun giornalista sentisse il dovere di chiederle semplicemente «in che modo?») o quando, nella stessa occasione dell’affermazione sulle detrazioni per i lavoratori dipendenti fino a 1.200 euro mensili, ha rinfacciato a chi le si opponeva, da Fassina a Salvini, per intenderci, «in trent’anni non siete mai stati d’accordo su niente, qual è ora l’alternativa che ci offrite?» (chiarendo, in una sola frase, l’inconsistenza del biasimo rivolto agli stessi per essersi alleati, infatti non propongono alcuna alternativa, e la vacuità di quell’accusa «come Casa Pound» lanciata a tutti coloro che la pensano in modo diverso da lei, considerato che è proprio nell’eterogeneità incomprimibile degli oppositori alla riforma della maggioranza la miglior smentita di quel «come» unificante e che ai referendum capita di trovarsi su fronti simili con persone diverse, “come”, appunto, capitò al Pd con la stessa associazione che usurpa il nome del poeta dei Cantos, nel 2011 a proposito di “acqua pubblica”).

E si potrebbe continuare, ricordando i tanti «non è perfetta, ma la possiamo migliorare» che stridono fragorosamente con i troppi — e temporalmente paradossali — «son settant’anni che non la si cambia», dato che se sono veri l’uno e l’altro assunto, l’imperfezione ce la terremo per decenni — addirittura più della stessa effettiva vita della norma, per star nella logica dell’assurdo settantennale —, o i molti «noi siamo il cambiamento, loro la conservazione» uniti ai non pochi «se non passa la riforma, si aprono scenari di forte instabilità», perché è proprio la stabilità dello status quo il fine dei conservatori, quelli veri, e ancora le riforme che «garantiscono governabilità, efficacia ed efficienza nell’azione dell’esecutivo», però, dicono — con sprezzo della logica che sfida l’assurdo, se non sfociasse nel comico — senza toccare, direttamente o indirettamente, le prerogative e le attribuzioni del governo. Ma non serve, perché ormai le cose sono chiare a tutti.

Sebbene lo evochino a ogni piè sospinto, del merito delle questioni non interessa certamente a quelli che le hanno determinate. Tra loro si danno di gomito facendo proprie le parole del centurione al vessillifero di cui racconta Tito Livio parlando del sacco di Roma operato da Brenno,  e in e per quel hic manebimus optime tutto si tiene e ogni cosa si giustifica: la Brexit, Trump, lo spread, i mercati, l’austerity, le cavallette, la grandine che prende fuoco, le acque che si tingono di rosso…

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