No, nessuno sbaglio: il mondo lo vediamo proprio così

La polemica sul secondo atto della campagna promozionale del fertility day pensato dalla ministra per la Salute Beatrice Lorenzin è doverosa almeno quanto sarà inutile. Doverosa, perché quel manifesto che associa i comportamenti corretti e sani ai bianchi e biondi e quelli errati ai neri e ricci è intollerabilmente razzista, e la questione non può essere taciuta o ignorata. Inutile, perché, dopo la polemica, non cambierà nulla e non cambieremo noi.

Noi italiani, dico. Ci è sempre piaciuto autorappresentarci come “brava gente”, ma non siamo diversi da altri popoli che spesso abbiamo accusato di quella macchia della divisione per razze del mondo. Anzi, per alcuni aspetti siamo pure peggio. Non abbiamo mai fatto fin in fondo i conti con i nostri limiti in quel senso anche perché siamo vissuti per molto tempo in una società “monotona”, dal punto di vista della pelle. Questo non vuol dire che non abbiamo avuto contaminazioni, ovviamente, ma che queste si sono allungate nella storia e nella geografia della nazione, tanto da formare ceppi sostanzialmente omogenei. Però razzisti lo siamo sempre stati, e lo siamo ancora.

Bastò il semplice confronto fra due “Italie” cresciute lontane fra loro a generare diffidenza e chiusura, fino agli estremismi pseudo-scientifici dei vari Lombroso (e l’ironia cinica d’un tempo che trascorre ignorando le nostre miserie lo volle ebreo a pochi anni da una tragedia “giustificata” su teorie dalle sue non dissimili), e ora che ci tocca il confronto col mondo, ci scopriamo timorosi verso visi, colori e lingue diverse dalle nostre.

È curiosa, piccola nota “di colore”, se mi si passa la celia, la circostanza per cui, in quel manifestino per l’elogio della copula solo se finalizzata alla procreazione (cos’altro dovrebbe essere un fertility day se non quello?), i bianchi sarebbero stati troppo bianchi anche per la Danimarca, mentre noi italiani venivamo ritenuti «non-bianchi» dagli altri europei come noi emigrati in America, sebbene giunti con qualche ora d’anticipo sull’orologio che segna gli eventi e le vicende umane. Eppure, è così: noi ci riteniamo bianchi, ma soprattutto non siamo convinti che i neri siano proprio come noi.

La brochure della Lorenzin — non si nasconda, ministra, e non sia modesta: lo sappiamo che lei quelle cose le pensa davvero, e se ci pensa, lo sa da sola che la stessa idea della fertilità procreatrice come esigenza della nazione è implicitamente razzista, perché punta a evitare che altri ne “contaminino” il corredo genetico —, per usare un’espressione di Gaetano Salvemini legata a epoche di diversa, e imparagonabilmente più truce, fenomenologia, quanto d’identica sostanza, non è, nel suo messaggio, né restauratrice, perché non v’è nessun avanti da cui tornare indietro, né tantomeno rivoluzionaria, dato che nulla cambia di ciò che pensiamo e diciamo. Semplicemente, meglio, banalmente, essa è rivelatrice.

Di quello che siamo, di quanto pensiamo, di come guardiamo.

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