The Hateful’s Age

Tranquilli, non è il sequel del film di Tarantino, né una critica dell’opera, ché di pellicole non scrivo mai in quanto poco di cinema capisco. Ammetto, però, che la tentazione di giocare con quel titolo era così forte che non ho resistito. D’altronde, “hateful” è “odioso” e “detestabile”, ma anche, etimologicamente, “colui che è pieno d’odio”, e allo stesso modo i nostri “odiosi”, anticamente, sono pure “coloro che odiano”, come canta l’Ariosto «E fu sempre il mio intento, et è, che m’ami/ La bella donnae non che mi sia odiosa».

Ma ci pensavo perché l’intera epoca che stiamo attraversando sempre più sembra ridursi solo a quello, senza alcuna possibilità di confronto, dialogo, discussione. Dai temi complicati e conflittuali per definizione, come i rapporti fra diverse e inconciliabili visioni del mondo, fino alle piccole beghe fra quanti, grosso modo, condividono il medesimo complesso di valori e ideali. E la spiegazione non può essere ricercata in categorie antropologiche con nomi da fumetto che riempiono il discorso pubblico contemporaneo e del recente passato. La domanda, e di conseguenza la risposta, per forza è necessario cercarla più in profondità.

Non che io le conosca, domande e risposte; m’interrogo. Per esempio, sul volgere del primo trentennio che ha seguito l’ultimo conflitto mondiale, il capitalismo consumistico, almeno in questa parte del mondo, proclamò la fine della storia, delle ideologie e delle alternative. Sfruttando il multiforme apparato dei desideri e la forza irresistibile dell’edonismo (quante pagine su questo han speso Baudrillard e Pasolini, solo per citare i primi due nomi che mi vengono in mente), quel sistema economico a tutti ha promesso l’appagamento di ogni appetito e il soddisfacimento di qualsiasi aspirazione.

Mentre i bisogni, quelli veri, rimanevano sul fondo della sala, sullo schermo andava in scena la ricerca delle necessità ad arte create e con perizia veicolate nell’immaginario collettivo. Alla fine del sogno, o della proiezione, fate voi, ci si è risvegliati più stanchi di prima, col cerchio alla testa e l’amaro in bocca tipici d’ogni epilogo d’ebbrezza, consci che nessuna occorrenza reale fosse stata soddisfatta e con la certezza che quelle urgenze inventate comunque non sarebbero state alla portata delle proprie disponibilità.

Al pari di quello economico, il sistema politico e istituzionale, la democrazia, per capirci, ha per anni promesso più di quanto sia stata capace di mantenere: col proprio voto, si garantiva, si sarebbe stati capaci di scegliere l’indirizzo del governo e a tutti sarebbe stata data l’opportunità di progresso sociale. Se il meccanismo della rappresentanza si blocca, perché il potere di scelta dell’elettore si assottiglia e il “da farsi” è già determinato, definito, deciso, e se le l’elevatore di miglioramento s’inceppa, è chiaro che quelle promesse non potranno essere mantenute. Il sistema diventa fisso, dove chi ha di più, in termini di possibilità e beni, se lo tiene e ne accresce il potere, e chi ha di meno continua a scivolare verso il baso; e in questi, il rancore cresce, si radicalizza, si estremizza e diventa, se non ideologia, almeno sentimento comune.

L’uguaglianza in potenza nella scala sociale assicurata in cambio dell’accettazione delle regole è negata, e allora, come il Caino di Baudelaire, si può solo sperare di realizzarla con rabbia per terra, nella polvere, sul gradino più basso di quella stessa scala. Risentimento, certo, livore, ovvio, astio, non lo nego. Ma qualcuno aveva fatto credere di poter prendere tutto, mentre ora non resta che aria fra le dita. E la coscienza che quel qualcuno continua ad avere di più.

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