Perché è straniero e lo respingete

Le parole di Papa Francesco in risposta alle domande dei giornalisti sulle dichiarazioni di Donald Trump hanno riempito le prime pagine di quasi tutti i giornali più importanti. Sinceramente, a me stupisce lo stupore che hanno suscitato, in quando il pontefice non ha fatto altro che ricordare le parole di colui del quale gli si attribuisce il vicariato in Terra.

Cosa dice il vescovo di Roma? «Chi pensa solo a fare muri e non ponti, non è cristiano. Questo non è nel Vangelo». Punto, semplice, noto. «Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”», (Matteo, 25, 34-40). Questo è nel Vangelo. Punto, semplice, noto.

Ora, io non voglio ergermi a difesa della corretta esegesi delle fonti del Cristianesimo, ma su quel tema, diciamo, le pagine per farsi un’opinione sono molte e tanto chiare. Come su altri, ovvio. Gesù di Nazareth parlava compiutamente di perdono e rinuncia alla vendetta e alla ritorsione, «A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Luca, 6, 29 – 31), dell’amore per gli altri, «ama il prossimo tuo come te stesso» (Matteo, 19, 19), e del rischio della mercificazione delle cose spirituali, ecco perché cacciò i mercanti dal tempio, «Poi, entrato nel tempio, cominciò a cacciarne fuori coloro che vendevano e comperavano, dicendo loro: “Sta scritto: ‘La mia casa è casa di preghiera, ma voi ne avete fatto un covo di ladroni’”». (Luca, 19, 45-46).

E parlò dei pericoli dell’accumulazione della ricchezza personale e privata: «Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: “Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?”. Gesù gli rispose: “Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. Quali?”, gli chiese. E Gesù rispose: “Questi: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso.  Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso”.  E il giovane a lui: “Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?”. Gesù gli disse: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi”. Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni», (Matteo, 19, 16-22). E così, ugualmente, Donald Trump, va via, «perché è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli», (Matteo, 19, 24) – sì, sì, lo so, «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Matteo, 19, 26), ma sembra più un’annotazione per non dispiacere troppo quei discepoli che lo guardavano «costernati».

Ma non è solo una la parola del fondatore. Mi ha sempre colpito una frase di Paolo di Tarso, diciamo l’organizzatore pratico della Chiesa, il più politico fra gli apostoli: «Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte la più grande è la carità», (Prima lettera i Corinzi, 13, 13). Perché la più importante è la carità? Perché solo essa, in quella triade, rende umano l’altro. Fede e speranza, infatti, non sono per forza condivise, anzi; possono essere il vero motivo di divisione, anche insanabile, pure violenta. Chi ne ha altre, come chi ha altre culture, lingue, idee, rischia, se solo quelli sono i codici e i valori portanti, di essere disumanizzato nel nostro percepirlo. La carità, al contrario, ci conduce a vedere nell’altro la sua umanità, la sua similitudine con noi, il suo essere parte del nostro destino. Non più contrapposizione, ma condivisione, seppure nelle differenze.

Perché, come dice il Papa, costruire ponti e non muri rende buoni cristiani, e non lo si è se invece, quello straniero in cui c’è il Cristo, lo si respinge. Certo, capovolgendo la croce se ne può sempre fare una spada, ma è quantomeno da ipocriti e da farisei farlo nel nome di chi preferì pagare con la morte la volontà di non odiare mai i propri nemici, anzi, chiedendo per loro il perdono sul punto di spirare.

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