Nelle viscere degli algoritmi

Cosa è cambiato realmente nella situazione economica mondiale di giovedì scorso rispetto a quella del martedì immediatamente precedente? Assolutamente nulla: in un arco di tempo così breve, solo credendo a forze sovrannaturali si può immaginare che, in assenza di sconvolgimenti realmente percepibili, il globo muti di segno in maniera radicale, eppure.

Eppure, i titoli bancari che in un giorno segnavano crolli a due cifre, perdendo fino alla metà del loro valore, nel successivo recuperavano tranquillamente un quarto di quello che avevano lasciato sul terreno. Il motivo? L’oscuro parlare d’un oracolo francofortese. I termini, poi, sono da credenze animistiche e primitive anch’essi. “Bruciati svariati miliardi”, e uno s’immagina cerimoniali non molto diversi da quelli del potlatch studiato da Mauss, non dimenticando, a monito, la visione propostane da Bataille in un saggio dal titolo quasi evocativo, Il limite dell’utile. Per la situazione contraria? Il risalire degli indici borsistici, dato che il crollo è distruzione di ricchezza, deve per forza essere una sorta di creatio ex nihilo, strutturalmente estranea alla mia cultura pagana intrisa di eleatismo.

Non m’intendo di economia finanziaria e di altre pratiche magiche e divinatorie. M’appassionano, però, i movimenti che ne sono alla base. La fede nella sua realtà, per esempio. Solo credendo che davvero quei numeri generino ricchezza si può dar loro credito. E dalla fiducia indiscussa che in questi nutrono i molti, i pochi possono concretamente trarre benefici economici, un po’ come chi, nella prassi, amministrava le donazioni a santuari e grotte latori di vaticini e profezie dell’antichità.

Non minore fiducia serve per accettare che, quando le divinazioni del Mib o del Dow Jones siano negative, tutti e non solo quelli che prima s’erano arricchiti debbono scontarne le conseguenze e offrire agli spiriti mercatali oboli e sacrifici che altrimenti, e in misura significativamente ridotta, mai si sarebbe portati a sobbarcarsi, al contempo tacendo, con rassegnazione religiosa, della sperequazione per cui con quelle libagioni banchettano i pochi ricchi che già hanno più averi dei restanti miliardi di poveri.

Fra tali miti e simili credenze, buon gioco hanno gli economisti, moderni aruspici e interpreti del volere degli dèi. Nelle viscere degli algoritmi, essi leggono il futuro del titolo, l’obbligazione dell’azienda, l’andamento delle azioni buone, e pure di quelle cattive.

Ché tanto, chi capisce le loro interpretazioni, sa che i soldi si fanno al di là del bene e del male.

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