Carovane petrolifere

“Negli anni ‘60 nella zona della Val Basento […] venne sfruttato in modo intensivo un giacimento di gas che oggi è al centro di un progetto che prevede l’adibizione delle sacche da dove si estraeva a serbatoio di gas che proviene dalla Russia. […] Negli anni ‘80, la ricerca si spostò nell’area di Viggiano […]. Sempre negli anni ‘80 altre compagnie petrolifere si affacciarono sul territorio lucano ottenendo il permesso di ricerca ‘Monte Sirino’ (affidato alla Società Petrolifera Italiana e alla società Fiat Rimi) e il permesso per la perforazione del pozzo ‘Monte Alpi 1’ con la relativa scoperta del giacimento. […] Nel 1989, inoltre, venne scoperto il giacimento ‘Tempa Rossa’ che oggi comprende sei pozzi: cinque nel comune di Corleto Perticara e uno nel comune di Gorgoglione. […] Il vero sviluppo dell’attività petrolifera in Basilicata inizia negli anni ‘90 quando furono scoperti i giacimenti situati nella Val d’Agri e nell’area Camastra-Alto Sauro […]. Nel 1995 risultavano perforati e in corso di perforazione 18 pozzi. Nel 1996, per la prima lavorazione del petrolio si costruì a Viggiano il Centro Olio ‘Monte Alpi’ […]. In anni successivi è stato poi costruito un oleodotto che trasporta il petrolio greggio trattato nel Centro Olio alla raffineria ENI di Taranto […]. Nel 1999 la concessione Costa Molina venne inglobata nella concessione Caldarosa e nell’area della Val d’Agri, di pertinenza delle concessioni Grumento Nova, Volturino e Caldarosa, esistevano 24 pozzi, perforati a partire da 20 postazioni. Nel 2001 erano due le concessioni esistenti in Val d’Agri: la concessione denominata Grumento Nova, delle società ENI S.p.A. e Enterprise Oil Italiana S.p.A. (unificazione delle concessioni di Grumento Nova, Caldarosa e della porzione sud orientale della concessione Volturino) con scadenza fissata al 26 ottobre 2019, e la concessione Volturino . Nello stesso anno entrò in esercizio il Centro Olio Val d’Agri (COVA) quale ampliamento del preesistente Centro Olio Monte Alpi, in funzione dal ‘96». (da Petrolio e sviluppo locale. Il caso Basilicata, Carmen Cilibrizzi, tesi di laurea in Scienze politiche).

Il perché di questa lunga citazione è nel mio esser nato e cresciuto in un paese, Stigliano, che è mediano e in mezzo alle aree in quel brano nominate, visibili tutte dai diversi lati dell’abitato. E potrei spiegarvi tante cose sul come funziona e cos’è lo sviluppo locale ed economico di quel territorio. Soprattutto, potrei cercare di raccontarvi come, tra marciapiedi rifatti, eventi sponsorizzati e qualche spicciolo in sconti energetici, quei giacimenti non abbiano sostenuto, tantomeno rilanciato, l’economia locale. Così come potrei illustrare la beffa di un’estrazione dal sottosuolo che non ha fatto “sceicchi” i lucani, ma ha sospinto, statisticamente più che effettivamente, la Basilicata fuori dall’Obiettivo convergenza della Ue, ma facendo di quello che doveva essere un traguardo quasi un limite. Potrei, ma non sono un economista, e nemmeno voglio esserlo.

La  questione, la mia questione meridionale, la risolvo con un serie di dati che è interessante leggere proprio a partire da quegli anni Sessanta da cui inizia il testo citato. Dopo una lunga e costante crescita, Stigliano, che all’epoca dell’unificazione contava 4.948 abitanti, arrivò ad averne quasi diecimila, 9.925, al compleanno centenario dell’Italia. In mezzo, c’erano state due guerre mondiali e la grande emigrazione per le Americhe. Nonostante ciò, la popolazione era più che raddoppiata.

Dal censimento del 1961, dal mio paese come da tutta la regione, si è solo andati via. In dieci anni, quasi in duemila, scendendo nel ’71 a 8.154. Nel ’91, albori dell’era petrolaia, si era già caduti a 6.576, e poi ancora giù, a un ritmo di cento all’anno. In appena cinquant’anni, quel raddoppio costruito in un secolo è stato vanificato: dimezzandosi, Stigliano nella decennale rilevazione del 2011 si attestava a 4.685, meno di quelli che aveva al tempo degli scontri fra i briganti e le truppe del regno nascente, che un ritmo e un andamento che non mutano affatto e ancora. Eppure, nella tesi all’inizio dice il vero quando ricorda come proprio da quel periodo inizi lo sfruttamento intensivo e industriale dei giacimenti di idrocarburi e la scoperta di altri, segno inequivocabile che tutto questo sul progresso locale non abbia influito, se non in negativo.

Ai danni ambientali, che comunque ci sono, si aggiunge l’inutilità per il territorio di tali estrazioni: per questo nascono le associazioni “no oil” (i “comitatini” sprezzantemente apostrofati da chi fortuitamente s’è ritrovato là dove il buon senso avrebbe sconsigliato), per questo si protesta davanti alle sedi delle istituzioni (le stesse che poi nulla fanno di concreto per mettere in pratica le parole che dicono, da qui la disaffezione), o ci si mette in fila per firmare contro i provvedimenti di legge che vorrebbero trasformare mare e terra in una catena non interrotta di pozzi (secondo una logica così moderna e attuale ai tempi dell’Expo, quella di Parigi e della Tour Eiffel).

Quel petrolio, che cola e avvelena l’anima non meno che il corpo, lì si fa solo carburante per gli autobus e le auto (i treni no, quelli si fermano ancora ai margini del Vallo di Diano) che, andandosene, risalgono penisola e continente, come carovane ininterrotte e interminabili. Petrolifere, ovviamente.

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