Soldi da morire

Nel nostro Paese, la crisi è un problema reale per molti settori ma, come direbbe un pubblicitario a corto di idee, non per tutti. In tempi di austerity e di tagli imposti sotto la minaccia del randello della Troika e degli oscuri e misteriosi sacerdoti dello spread, c’è un comparto pubblico che vede crescere la propria dotazione di risorse annuali: quello delle spese militari.

I conti per carri armati, pistole, aerei, fucili, navi e bombe a mano, nel corso del 2015 cresceranno ancora. Solamente per il budget del Ministero dello sviluppo economico dedicato alla “Partecipazione al Patto atlantico e ai programmi europei aeronautici, navali, aerospaziali e di elettronica professionali”, sono stati stanziati quasi 3 miliardi, e siti di controanalisi economica, fra tutti Sbilanciamoci e Rete Disarmo, stimano che la spesa complessiva per le forze armate sarà, per il solo anno in corso, pari a 23 miliardi e mezzo di euro. Cioè, per dirla in termini che piacciono molto a quell’antropologia umana sedotta (e abbandonata durante la pubblicità) dalle finte inchieste pseudo-giornalistiche condotte sullo spartito del “dagli allo spreco di denaro pubblico”, con quello che si spende in due settimane in programmi pensati potenzialmente per uccidere, ci pagheremmo un anno di Mare nostrum per provare a salvare qualche vita in più.

Populismo? Demagogia? Chiamatelo come volete, ma ricordatevi delle cifre la prossima volta che vi spiegheranno che l’Italia non può affrontare i costi per un programma più decente di Triton. Cacciabombardieri, fregate e blindati non li compriamo perché dobbiamo rinforzare la nostra difesa verso pericoli esterni (che quando ci sono, sempre meno si manifestano in modi tradizionalmente affrontabili in scenari di guerra idonei a quei mezzi), ma perché chi li costruisce ha interesse che qualcuno li acquisti. Tutto qui; e non serve un Papa per spiegarcelo, lo capiamo tutti, non appena smettiamo i paraocchi della retorica instillataci da sempre e diffusa nei riti collettivi della Patria, buona a far credere a chiunque di avere qualcosa in comune da difendere con il ricco padrone vicino di casa e contro il fratello sfruttato nato a qualche metro di distanza.

E mentre sotto il mare nostri simili troveranno quella pace che non hanno avuto sulla terra, noi potremo sempre bearci delle nostre bandiere a testimoniare nobili e antichi valori, issate sulle Fremm che, sicure, lo solcheranno o dipinte sugli Eurofighter che, ultrasonici, ci sfrecceranno al di sopra, magari per andare a far guerra in quella Libia divenuta un ginepraio sanguinolento dopo che con altri caccia e altre navi l’abbiam riempita di bombe per deporre un regime dopo decenni scoperto scomodo.

Ma va bene così, va tutto bene così. Tanto, poi, il rumore degli uni e delle altre, non disturberà quanti ormai dormono per sempre sotto il Mediterraneo. Non più, almeno.

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