Non guarderò il Mondiale

Quasi mai guardo le partite di calcio, e se mi capita di farlo in compagnia di amici o parenti, è più per lo stare insieme che per il pallone. Non per spocchia intellettuale, ma per vari motivi: non mi piace, mi annoio a guardare un intero incontro e, qualora m’interessassero, risultati e reti, ma anche le azioni migliori e i gesti atletici, dal minuto successivo al triplice fischio, riempirebbero comunque tv, giornali on-line e social network.

Detto questo, ci sono anche un paio di limiti personali nel rapportarmi col mondo dei calzoncini e delle scarpette chiodate. Ad esempio, da ragazzino tenevo per l’Inter, poi ho visto nell’alto di una curva a San Siro un tifoso nerazzurro appendere uno striscione con su scritto “Hitler non solo con gli ebrei ma anche con i napoletani”, e ci sono un po’ rimasto male. Inoltre, perdonate la mia debolezza, ma non riesco a farmi una ragione del fatto che ci siano gruppi imprenditoriali che, nel mentre mandano a casa un centinaio di lavoratori per risparmiare due o tre milioni di euro in retribuzioni, riescono a trovare la stessa somma per darla a un giocatore o a un allenatore.

Ma i Mondiali non li guarderò per un’altra ragione. Il Brasile che li ospiterà è un Paese che sta crescendo ed è cresciuto tanto in questi ultimi anni. Cerca quindi con eventi come quello o le Olimpiadi, di affacciarsi sul mondo con la sua immagine migliore. Il Brasile, però, è ancora un nazione fortemente disuguale, e gli anni di Lula e i primi di Dilma Rousseff, sul quel terreno, sono stati importanti, ma non sempre con politiche efficaci e coraggiose quanto sarebbe servito. Certo hanno raggiunto importanti traguardi, legati all’ambizioso piano del Millennio, riuscendo a ridurre la povertà assoluta di dieci punti entro il 2012 e conseguendo anche traguardi meno evidenti nelle statistiche internazionali, tutte Pil e indici economici, ma più significativi per le persone, come la riduzione della mortalità infantile e di quella post parto.

I campionati di calcio che partiranno fra due settimane, però, si stanno rivelando una grossa speculazione immobiliare e una immensa distrazione di fondi da altre politiche molto più urgenti e necessarie, come quelle abitative, tema sul quale si concentrano le proteste dei movimenti per la casa.

Anche il movimento dei Sem Terra, i senza terra, e le rappresentanze delle popolazioni indigene protestano contro l’evento che, dicono, “non porterà nessun beneficio concreto alla popolazione”, ma solo la salita dei prezzi dei terreni e delle case, dei beni e dei servizi, e, di conseguenza, l’espulsione e la marginalizzazione (ancora un po’?) dei più poveri dal tessuto sociale.

Una tendenza non nuova, in Brasile e non solo, quella che confonde la lotta alla povertà con la guerra ai poveri, che immagina che la prima svanisca nascondendo i secondi agli occhi dei benestanti che ben pensano, eliminando un collegamento diretto col tram tra Copacabana e le favelas, o vietando l’accattonaggio nei centri storici e abbelliti dai dehors dei locali alla moda.

E poi, hanno pure ragione quelli che protestano contro il ricco circo pallonaro nel dire che quell’evento non porterà nessun beneficio alla popolazioni locali, e quelli che affermano il contrario o sbagliano o mentono. Come faccio a dirlo io che non sono un esperto di calcio, un analista politico o un economista? Guardo la Grecia, e la fine che questa ha fatto dopo aver organizzato quelle Olimpiadi del 2004 che dovevano essere “un volano per l’economia ellenica”.

Quegli eventi sono una grande occasione per chi fa soldi, per chi specula e anche per chi corrompe e si lascia corrompere. Ma per gli altri? Per chi lavora in condizioni terribili nei cantieri dei nuovi stadi (otto i morti), per gli abitanti degli slum metropolitani cacciati dalle loro misere dimore (250.000 gli sgomberati), per gli indigeni che non vedono riconosciuti i diritti sui loro territori e che muoio, 15 solamente lo scorso anno, negli attacchi dei piccoli eserciti messi su dai grandi proprietari terrieri, per tutti loro, quale sarebbe il vantaggio?

Loro chiedono che quei soldi vengano spesi per portare i servizi nelle favelas, per i progetti di inserimento sociale, per la demarcazione della terra delle popolazioni indigene, e hanno ragione. Loro dicono che tutti quei fondi spesi per stadi e strutture sportive, domani saranno rimpianti contemplando quegli immensi monumenti allo spreco, e hanno ragione. Loro pensano che i diritti dei propri figli e dei propri ragazzi valgano più delle comodità di Neymar, e hanno ragione.

Per questo, loro scrivono sugli striscioni nelle manifestazioni che la polizia si affretta a reprimere con la forza (because the show must go on): “Não vai ter copa, vai ter greve”, non ci sarà coppa, ci sarà sciopero. Per questo, io non guarderò i Mondiali.

E visto che chi organizza queste manifestazioni e questi eventi non capisce altro linguaggio che il denaro, e che, nell’impotenza individuale del consumatore, non posso far altro, farò attenzione e prenderò nota di tutte le ditte che legheranno la propria immagine ai Mondiali e, accuratamente, eviterò di comprarne i prodotti. Se sarò solo a farlo, avrò solamente risparmiato qualcosa; se saremo in tanti, sarà un gesto politico.

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