Ma quale grande bellezza?

Lo dico subito: “La grande bellezza” è un film che m’è piaciuto dal primo momento. E fin da allora, proprio per l’ambivalenza tragicamente ironica di quel titolo.

Ad essere gande e bella è Roma nella fotografia, le sue chiese, i suoi scenari, i suoi palazzi, i suoi mille e mille monumenti. Quei colori unici di albe e tramonti, il Tevere placido e gli storni nel cielo. Ma, invece, nel mondo del personaggio interpretato da Toni Servillo, di quel Jep Gambardella, che cosa c’è di bello? È un mondo fatto di questuanti di fama, di politici e potenti volgari e arroganti, di giornalisti che si occupano di nulla, di alti prelati invitati a cene stravaganti, di gente che non si capisce di che cosa viva, se non della prosecuzione delle personali miserie.

Il film di Paolo Sorrentino è la denuncia della vacuità d’un mondo che perpetua la sua esistenza sul proprio immobilismo, l’accusa di una paralisi decadente, frutto della collusione fra le classi dirigenti, vuote di proposte e visioni quanto tronfie di potere e arroganza, tutte unite in un ballo effimero su una terrazza notturna.

È un mondo che si disfa, come le rovine abbandonate d’una civiltà prestigiosa, quello che passa sullo schermo, che sa di effimero, come le performance d’una improbabile artista che sbatte teatralmente la testa contro il muro, fingendo l’autodistruzione, che s’arrende, sul palcoscenico d’un night o sui cubi di una discoteca, all’incedere del tempo mentre si convince di potergli resistere, che giace, come un corpo nudo accanto ad un dandy distratto e assente.

“La grande bellezza” è un soave j’accuse, rivolto a tutto il gotha e l’intellighenzia italiani. Dalla buona borghesia, che si magnifica nella sua inconcludenza vana ed effimera, alla sedicente intellettualità di sinistra, che s’accomoda sulla vanitosa ripetizione di stereotipi illusori e rassicuranti. E il film le distrugge entrambe, fingendo di assecondarle, ma scoprendole nelle loro insicurezze, perfettamente colte nell’immagine evocata da Jep, nel suo monologo finale, di un “tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”, o che lo stesso, con sprezzante cinismo e “in ordine sparso”, individua fra le miserie dell’amica dalla “vocazione civile”, che da lui è inchiodata nelle sue menzogne, ma perdonata e abbracciata dolcemente, nel suggerirle che “invece di farci la morale, di guardarci con antipatia, dovresti guardarci con affetto. Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un poco in giro, o no? ”.

Il film premiato con l’Oscar è tutto questo. Ecco perché all’inizio era attaccato dalla buona borghesia milanese del Corriere, da quella industriale de La Stampa, ma anche dalla sinistra, di governo (Bersani lo definì “presuntuoso”) e d’alternativa (caustiche alcune critiche su Il Manifesto). Ma Hollywood coglie il senso di quella che è l’immagine del Paese, di quella commedia umana fatta di imbrogli piccoli e grandi, di personaggi tanto caricaturali quanto carismatici, di sotterfugi, mescolanze, compromessi.

Poi, certo, ora tutti sono concordi nel tributare il successo, citando Fellini, e twittare all’alba, come fa il ministro della cultura, “Viva Sorrentino, viva il cinema italiano! Quando il nostro Paese crede nei suoi talenti e nella sua creatività, torna finalmente a vincere”, con quel tanto di patriottismo provinciale che non guasta mai. E quella stessa élite, volgarmente arrogante, la cui paralizzante collusione, inconcludente quanto piena di sé, è messa alla berlina nella pellicola, ora plaude al successo, quasi facendolo proprio o rivendicandone una parte. Che in effetti ha: quella che spetta alle fonti d’ispirazione, nel bene come nel male.

Ma Sorrentino è un genio di maniera, manierista, direbbero alcuni, e ringrazia, tra quelle fonti di ispirazione, anche Diego Armando Maradona, con quel sarcasmo meridionale che a me ha fatto venire in mente l’abbigliamento da clown di Rino Gaetano a Sanremo nel 1978. Ringrazia il campione delle due più grandi religioni del Paese: il calcio e l’evasione fiscale, l’estro e l’assoluta indifferenza alle regole, il genio e l’insofferenza al dovere.

E mentre tutti cercano nella Roma antica o rinascimentale la grande bellezza, Jep e il suo amico Romano, il personaggio portato sul set da Carlo Verdone, la trovano nel bacio fra due ragazzi, nella casa che con loro lo scrittore di provincia mai affermatosi condivide. In Jep, quell’immagine fa l’effetto di “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni, ricordandogli i suoi anni di giovinezza e una ragazza ormai perduta, con la coscienza che quelle luci, per lui, non brilleranno più. A Romano, dà la forza per un insperato scatto di dignità. Ammette che quella Roma l’ha deluso, e che vuole lasciarla, che vuole andar via, ritornare alla sua Nepi, a quel borgo di provincia lasciato per un mito dimostratosi vano e illusorio come tutti gli altri, ma più deludente, perché creduto vero.

Qual è, allora, la grande bellezza che ci indica Sorrentino? Quella che s’intravede lungo lo scorrere lento di un fiume fra le vestigia di un passato che è stato grande, ma che oggi diventa appena scenografia ricercata per uno spettacolo vacuo e superficiale, di una Roma che ha già visto tutto e che non sa emozionarsi più per nulla, o quella che ricerca Romano, che sa stupirsi per le cose comuni, normali, semplici, come le radici di cui si nutre l’anziana suora, e di provare emozione per la passione di quei due giovani, ancora non vinta dal cinismo?

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