Nel guardare un castello che cade

Era semplicemente il Castello,
senza nomi, senza leggende,
senza nobili, senza cavalieri,
senza dame, feste, sfarzi, ori.

Era già un ammasso di pietre,
un rudere posto lì, a precipizio
su un borgo anch’esso pendulo,
silente roccia a forma di rocca.

Eppure, nel saperlo precipitare,
si chiude il cuore in uno strano,
unico senso di sconfitta, tenero
quanto amaro, utlimativo: vero.

Raccontarlo è inutile, spiegarlo,
metterne altri a parte superfluo;
un’agra speme di ritorno e vita,
di ritrovarne le forme, i contorni.

Poi, nelle foto d’un crollo intavedi
una grotta annerita, e forse usata
come ricovero, stalla, ovile, cantina,
vissuta, resa utile, divenuta vera.

In quell’immagine ritrovi il senso
d’un popolo per gli altri sconfitto,
ma solo perché non ha mai inteso
che fosse una gara ciò che viveva.

Nel guardare un castello che cade,
scopri il senso di terra e di quercia,
di vite portate in giro nel mondo,
sempre pronte a ritornar sé stesse.

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