Consideriamo tutto quello che è stato

“Meditate che questo è stato”. Quali parole migliori poteva trovare Primo Levi per ammonirci sui rischi dell’oblio dell’orrore? Dimenticare, mettere da parte o, peggio, ignorare quello che è accaduto, è il maggiore dei pericoli che corriamo. I crimini dei nazisti e dei fascisti sono al di là di ogni possibile analisi del contesto e della situazione, sono crimini oggettivi. Eppure avvenivano solo ieri, nel cuore dell’Europa, nel centro di una delle sue nazioni più civili, con una popolazione mediamente colta. E che si girò di lato.

Perché quando Levi ci invita a fare quell’esercizio di considerazione nella sicurezza delle nostre “tiepide case”, pone, forse involontariamente, l’accento su quanti non lo fecero dal caldo delle loro. Su quella borghesia che, con le maniere spicce degli americani, Eisenhower, Bradley e Patton portarono sui luoghi dei delitti per far loro toccare con mano quella realtà che negavano, a sé stessi prima ancora che alle truppe alleate.

Quella realtà che, però, le truppe alleate già conoscevano, o che almeno conoscevano i loro comandanti, ma che, di concreto, non fecero nulla per fermare prima. Anzi, spesso viene il dubbio che lasciarono Hitler alla sua follia per convenienza: meglio avere migliaia di soldati tedeschi, mezzi, armi e risorse impegnati nello sterminio di innocenti che schierati sui campi di battaglia. E, nel cinismo della guerra, in quell’assurda contabilità di morte, non avevano tutti i torti: la natura paradossale della tragedia bellica è anche in queste doppie verità dei fatti.

Quindi, consideriamo davvero tutto quello che è stato. Consideriamo lo sterminio degli ebrei, con numeri che per trattarli con calma servirebbe il ricorso alle cifre esponenziali, tanto fan tremare le dita per la vastità orribile: sei milioni di morti. Consideriamo la lucida organizzazione della macchina dei lager, quante persone, banalmente – ha ragione in questo la Arendt – facevano solo il loro lavoro: ubbidivano. Consideriamo quanti si voltarono dall’altra parte, perseguendo il mito della propria quotidianità normale e ordinata. Consideriamo che in quei campi non morirono solo ebrei, ma anche rom, gay, malati di mente, senza fissa dimora, e anche loro, come gli ebrei, per il solo fatto di essere quello che erano, senza aver nessuna colpa. Consideriamo che lì morirono oppositori politici, terroristi, secondo il Reich, come pure criminali comuni e semplici delinquenti: ma non per quello il loro morire fu minore. Consideriamo quelli che tacquero, quando, come ci ricorda Niemöller,all’inizio andarono a prendere gli zingari, i comunisti, gli omosessuali, i testimoni di Geova, gli asociali, i vagabondi, i pazzi…

Sì, consideriamo anche quelli che tacquero. Come consideriamo il silenzio di oggi su molte cose: perché all’inizio vengono sempre a prendere qualcun altro.

Consideriamo che quelli che stettero zitti allora lo fecero per tutelare la loro sicurezza, la loro tranquillità. Certo, oggi il mondo è diverso, ma è per difendere quella sicurezza, quella tranquillità che si sono fatti gli accordi con la Libia per respingere nei deserti persone che chiedevano solo di poter continuare a sperare, donne, uomini e bambini disposti a rischiare di morire in mare, pur di provare a vivere meglio. Morire sotto la neve di Auschwitz o nella sabbia di Dirkou non è poi così diverso.

Oggi non è come in quegli anni drammatici del secolo scorso, ovviamente. Ma quanto costa quella che chiamiamo sicurezza e tranquillità? Quanto costa quell’idea dell’ordine e della pulizia che abbiamo? Quella tranquillità che vendono nei tg vale la reclusione nei Cie di migliaia di esseri umani colpevoli solo di essere nati dalla parte sbagliata di un mare che dovrebbe unire e che invece divide? La sicurezza degli spot elettorali vale l’incarcerazione per una condizione, come la clandestinità, che nulla ha a che vedere con gli atti del carcerato? Vale, la nostra idea di ordine, la trattativa con i peggiori dittatori per assicurarci termosifoni caldi e serbatoi pieni, a scapito delle vite e delle aspirazioni di libertà dei popoli da quelli sottomessi? Il nostro bisogno di pulizia vale l’apposizione di dissuasori sulle grate delle stazioni metropolitane, i divieti di mendicare nei centri cittadini, l’allontanamento continuo, ripetuto e coatto degli insediamenti di quanti un altro modo di vivere non riescono a trovarlo?

Chi ha spedito una testa di maiale al Tempio Maggiore di Roma ha compiuto un gesto intollerabile, che va condannato, senza se e senza ma. Ma si può consentire che chi ha portato i maiali a pascolare sul terreno preparato per ospitare una Moschea, o lo ha cosparso della loro urina, rappresenti il Paese e le istituzioni? A Genova alcuni clochard sono stati picchiati violentemente: la colpa del crimine è di quanti l’han commesso. Ma si può consentire in silenzio che dai pulpiti più alti della politica e dei partiti si continui a inveire e tuonare contro “zingari e vagabondi che campano come parassiti a scapito della brava gente”?

Negli ultimi mesi, le violenze di natura omofoba hanno riempito l’intero Paese; anche in questo caso, i reati sono di chi li ha commessi. Ma è ammissibile il silenzio nei confronti di chi, nelle alte sfere della società e dell’amministrazione, continua a ritenere l’omosessualità una malattia, quasi una colpa, comunque la fonte di una diversità incolmabile rispetto ai “normali”?

Perché quando meditiamo che quello è stato, e oggi, nella Giornata della Memoria, è ancora più stringente, non possiamo non considerare che se quello è stato, è stato perché prima in molti han taciuto.

Il miglior modo per ricordare quelli che con questa ricorrenza vorremmo onorare è non tacere quando i prodromi di quei fenomeni che allora portarono al più atroce dei crimini si manifestano. Perché, per ricordarli quotidianamente e come meritano, non possiamo stare in silenzio nelle nostre tiepide case. Anzi, non dobbiamo. O, per finire parafrasando le parole di Levi con cui ho iniziato: ci si sfacci la casa, ci impedisca la malattia, i nostri nati torcano il viso da noi.

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