Almeno, risparmiateci l’ipocrisia

C’è una cifra che è davvero insopportabile nella teoria del competizionismo continuo, da sé medesimo magnificato e meritocratico per sua stessa definizione: l’ipocrisia. Mi spiego meglio.

Da tutte le parti e a tutte le ore, ci dicono che questo mondo è sempre più competitivo e che solo i più meritevoli possono riuscire ad affermarsi. Questo è ormai il vangelo dei tempi moderni. Che poi possano essere falsate le regole della competizione e truccate le carte dei meritevoli, non interessa a nessuno: anche il baro si fa virtuoso.

Ma questo sarebbe ancora sopportabile, specialmente per chi, come me, discende da quelle stirpi che sempre ebbero il gusto cinico di non credere alle regole dei potenti, in quanto da questi fatte per loro stessi. Ciò che proprio irrita come e più dell’esser costretti ogni giorno misurare l’ingiustizia, è il dover guardare in faccia il responsabile di questa dirci che la colpa è di altri o del caso.

Un esempio? Prendiamo il calo delle iscrizioni nelle università. Nell’anno passato, si sono iscritti agli atenei italiani 60/70 mila giovani in meno rispetto a quella che era la media annuale nel decennio precedente. Da tutte le Istituzioni e i Centri della Cultura e del Potere Costituito (le maiuscole sono volutamente ironiche), si è levato il pianto della scoperta tragica.

Il pianto del coccodrillo ebbro, direi. Ma non era quello che volevate? Non si dovevano dissuadere dall’iscrizione i tanti che con i molti paletti non ce l’avrebbero più fatta? Non avete per quello ridotto le borse di studio, reso più difficile l’accesso ai servizi, diminuito il numero delle sedi? Non era quella la finalità ultima dei tagli: avere meno persone che potessero accedere alla cultura e all’istruzione, raggiungendo il duplice effetto di contenere i costi per la garanzia del servizio e abituare le future generazioni a pretendere di meno?

Perché, se non era quello il fine, allora siete stati davvero degli imbecilli. Cosa mai pensavate potesse succedere mettendo in atto politiche simili?

Siccome, però, io al potere riconosco molti difetti, ma mai quello dell’imbecillità, devo ammettere che il risultato prefisso è stato con successo raggiunto. Tanto con successo, che ora si tenta (è notizia dei giorni scorsi) di replicare il modello elitario anche nella scuola dell’obbligo, con i test d’ingresso pure per i ragazzi alle prese con l’iscrizione al primo anno di scuola superiore. Il tutto in nome dell’autonomia scolastica, modo gentile di chiamare una forma edulcorata di pratica arbitraria, e, ça va sans dire, del principio della tutela del merito e delle competenze.

Così, avremo un sempre minor numero di persone con accesso ad un’istruzione adeguata (perché il mandato non è aumentare gli spazi, ma ridurre il numero di coloro che possano accedervi), ed uno sempre maggiore di chi dovrà accontentarsi di quel che rimane, abituandosi fin da subito a prendere dalla vita solamente ciò che gli altri lasciano. Se non è elitarismo questo.

Poi, se la legge permettesse un abbandono della carriera scolastica fin dalla scuola media (e troppe volte non sono mancate le proposte in tal senso), magari scopriremmo anche che in molti potrebbero decidere di non partecipare nemmeno a quella corsa, rinunciando in partenza a farsi un’istruzione, o a patire una delusione.

Qualcuno, sicuramente con il potere necessario ad invertire questa tendenza ma che si sia guardato bene dal farlo, appronterà infine uno studio con grafici e numeri, e ci dimostrerà come l’abbandono scolastico sia alto, ma, al contempo, sottolineerà quanto siano cresciuti i livelli dei risultati degli allievi sottoposti alle verifiche di valutazione alla fine del loro percorso scolastico. E sicuramente, di quell’abbandono, sempre quel qualcuno se ne dirà anche addolorato. Ipocriti.

Faccio una scommessa fin da ora: se un simile sistema si affermerà sempre di più, punto un soldo che sarà fra i poveri che si registreranno le più alte cifre di abbandono e fra i ricchi i migliori risultati nei questionari che qualche Invalsi presente e futuro somministrerà.

È il merito, bellezza? No, è barare.

“Voi dite di aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi”. Sono frasi scritte nel 1967, in quel “Lettera a una professoressa” che in un certo senso anticipò molte delle rivendicazioni del movimento studentesco allora nascente. Sono passati quasi cinquant’anni. In questo mezzo secolo pensavamo acquisite alcune cose, come il fatto che la ragione di una società si misurasse nella sua capacità di ridurre il numero dei messi ai margini, che il senso del comune interesse fosse avanzare insieme, non correre da soli, che l’evitare a qualcuno di perdersi per strada valesse di più che veder vincere il proprio egoismo, che i più dotati per mezzi e capacità, proprio perché tali, potessero mettersi a servizio degli altri, dei meno dotati e per questo più bisognosi d’aiuto.

Lo si capiva anche allora che cercare di avanzare tutti insieme sarebbe stato più difficile e meno efficace che dare tutte le possibilità ai migliori perché vincessero da soli la loro gara. Ma era proprio in questo il senso di quella sfida: sottrarsi alla logica che non ci fosse nulla oltre il racconto della gara.

Invece, è andata come è andata, quella sfida è persa, e temo ormai per sempre. Lotterò ancora affinché possa essere diverso, ma in questo e per questo saremo sempre meno a crederci e spenderci.

A quelli che van misurando i meriti e tracciando i circuiti delle corse giuste, a quanti vincono le competizioni che hanno regolato e immaginato, a chi governa e definisce il gioco e poi ne commenta gli esiti e i risultati, chiedo solo una cosa: almeno, risparmiateci l’ipocrisia.

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1 risposta a Almeno, risparmiateci l’ipocrisia

  1. Hank Bukowski scrive:

    La nuova frontiera che la lotta di classe dell’unica classe ancora dominante e ideologicamente attiva, non è più lo sfruttamento ma il “declassamento”. L’obiettivo è ambizioso: demolire lentamente, ma sistematicamente, le democrazie, per ridurle a “società ordinate”. Dove “ordinate” significa, appunto, “gerarchizzate strutturalmente” nei privilegi e nei poteri. Secondo questa tendenza, l’essenzialità delle nuove “società ordinate” consiste nell’assicurare una certa rigidità del sistema, che deve mirare al contenimento della “mobilità sociale”, restringendo, innanzitutto, proprio i cunicoli dei cosiddetti “ascensori sociali”. E la scuola, ovviamente, è il primo ascensore che permette la mobilità sociale dal basso verso l’alto. Perciò diventa retorico porre al potere la domanda sull’inceppamento dell’ascensore “culturale”. E’ il mondo della cultura, piuttosto, che deve (dovrebbe) smascherare l’ipocrita paradigma della meritocrazia a senso unico.

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