Lo spaesamento italiano. Tante vicende, una speranza

Come se ci fosse un solo modo dell’abitare. Come se quella urbana fosse l’unica dimensione sociale. Come se non fosse pensabile la vita in modi e tempi differenti. È la sensazione che si prova percorrendo le infinite strade che legano fra loro i tanti paesi del nostro Paese. È la sensazione che di sicuro ha saputo cogliere nel suo ultimo libro “Spaesati” (titolo preso un po’ in prestito per quello di questo articolo) Antonella Tarpino, che ha raccontato una storia della geografia italiana diversa da quella narrata nei libri di scuola, capace di tenere insieme nel filo del discorso Paralup e Africo, uniti per troppi anni dallo stesso destino d’abbandono, separati dalla diversa sorte del recupero sulle memorie della Resistenza, il primo, e dell’oblio per resa alla fine di un’altra resistenza mal combattuta, il secondo.

Questa nazione di montagna che vuole avere di sé un’immagine di pianura, che traccia il suo essere urbano, sociale e produttivo come se non esistessero rilievi, che confonde “pianificazione” con rendere in piano il terreno che la ospita, sta perpetuando da anni la distruzione del proprio essere unica. E tutto, per la illusoria convinzione che quello della produzione industriale massiva, che il modello di sviluppo “atlantico” fosse l’unico orizzonte perseguibile.

Ed allora, via alla “regimazione” dei flussi demografici e residenziali, via alle politiche di disincentivo al viver nei paesi e nei borghi, per spingere sempre più donne e uomini, dalle campagne meridionali e dalle valli alpine, a riversarsi in città, a dare braccia e vite al progresso che doveva farsi. O si fa il boom economico, o si muore. E molti, per quel boom ci morirono davvero.

Morirono di boom intere vallate delle Alpi occidentali ed orientali, e quelle centrali riuscirono a sopravvivere solamente trasformandosi in parchi divertimento e spazi rigenerativi per gli abitanti della pianura poco prima inurbati. Morirono per il boom le aree interne del Meridione, quell’osso del sud che non seppe far altro che spolparsi definitivamente per riempire di carne le fabbriche che ingrassavano. Morirono per il boom i paesi sacrificati alla tecnica, quelli in cui doveva sorgere una diga, quelli attraverso cui doveva passare un’autostrada: e l’immagine, come racconta Marco Paolini nel suo “Vajont”, di decine di uomini che lasciano i campi e vanno a formare un pettine con i pali sulle sponde del Piave per strappare alla corrente i morti di Longarone, è davvero quella del funerale dell’Italia contadina che in quel 1963 non serviva più a nessuno.

Svuotati, i paesi han perso tutto ciò che potevano mantenere vivo e che poteva mantenerli in vita. Ridotti in mille pietre che franano lungo scoscesi pendii vinti da sterpaglie e rovi, quei borghi sono divenuti un ricordo dolce e triste nei racconti di coloro che li abitarono, o un set per girare spot e messaggi ad uso del consumo. E quanto dolore c’è nel vedere l’immagine del ponte di Craco infinitamente scorrere sotto ruote di auto luccicanti, se si conoscono i destini delle pietre di quelle case che videro vita e che oggi, dall’alto, austere guardano passare in basso i destini di chi quel luogo dovette lasciare, muto, silenzioso, rassegnato.

Nessuna nostalgia per un passato che non ritorna, nessuna mitizzazione di una storia che fu povera vita quotidiana, lotta con la miseria e per la misera sopravvivenza. Ma l’amarezza di veder sprecata così la possibilità di un destino che poteva essere diverso, quella sì, si fa sentire.

Ora il lavoro è enorme, le forze poche. Ma c’è una speranza, ed è una speme che non si può nutrire da soli. È la speranza di non cedere all’illusione del consumo facile, di energie e terre, per un effimero “tantoavere” scambiato per benessere duraturo. La speranza data da coraggi diversi e necessari che ho incontrato in molti luoghi, di persone che han tentato e tentano, con fortune differenti e altalenanti, di pensare per il futuro di questo Paese un altro inizio e non la solita fine. La speranza che c’è nelle forze dei tanti che han mostrato di credere che un borgo, un paese, possa essere qualcosa di autentico e vivo perpetuando ciò che è, aprendosi con fiducia al domani senza inseguire il mito letale della chiusura al diverso e senza sposare le vane mode di un nuovismo fatto solo di immagini e rumori.

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