Lavoro o lavori? L’importanza d’un termine singolare

Ne parlavo ieri sera con un’amica: la differenza fra lavoro e lavori, non è solo nel numero in cui è declinato il sostantivo, ma nel senso che da quella declinazione scaturisce. Da anni, ormai, sembra non esserci più possibilità di intendere il lavoro, cioè il modo in cui l’uomo si pone quale singolo nel processo economico e produttivo, come un unico punto di vista da cui leggere quelle dinamiche.
Soprattutto, questa impossibilità sembra esserci per la sfera della politica, che non riesce più a definire il “fare dell’uomo” come unico soggetto d’attenzione, ma si costringe a seguirne i mille rivoli in cui esso si dipana, inventando quotidianamente voci e nomi da dare a questi ultimi. Eppure, il lavoro è sempre stato uno degli argomenti caratterizzanti del farsi politico dell’essere umano. La natura stessa dell’uomo lo rendeva indissolubilmente legato al lavoro, quale concetto generale del suo essere fra i suoi pari, del suo manifestarsi come ζῷον πολιτικόν, pieno di senso solo all’interno di società organizzate. Ed in queste, il lavoro del singolo era, semplicemente ed assolutamente, il completamento di un sistema di relazioni in cui si era inclusi.
Certo, il lavoro è stato sempre diversificato nel suo manifestarsi, come molte sono sempre state le sue manifestazioni esteriori e le sue articolazioni. Ma il “lavoro”, quale concetto del prendersi cura di una parte della società, era unificante.
La disarticolazione delle manifestazioni nelle società attuali, però, sembra aver colpito in pieno anche l’unicità di tale argomento del pensiero politico. Le necessità di avere tante sfaccettature dell’agire umano nei processi economici ha costituito il presupposto di un inganno spacciato per verità di fatto: quello di dover regolare le diverse attività come se si trattasse di eterogenee entità, e quindi gestibili non più come varie manifestazioni di una stessa modalità di essere-nel-mondo, ma quali soggetti dissimili da organizzarsi in modi differenti.
Le mille e mille forme di contrattualizzazioni per le più svariate occupazioni, in fin dei conti, non sono che la concretizzazione normativa di questo processo culturale. Se non esiste più il lavoro inteso come concetto del farsi sociale ed economico del singolo, ma esistono solamente le attività, come espressione dell’individualizzazione del portato collettivo, solidale e sociale di ciascuno, allora la regolamentazione di tale agire non deve più essere una categoria comprensiva ed inclusiva, ma dare, fin dalla sua espressione terminologica, la forma esclusiva dell’individualizzazione.
Ecco che il lavoro, da soggetto principale della rappresentatività politica, diventa esclusivamente oggetto della rappresentazione economica del processo di produzione, scambio e consumo, come una variabile fra le altre, da de-regolare per renderlo più fruibile, piuttosto che da regolamentare per tutelarne le forme. Da elemento fondante e fondativo delle società moderne (in tal senso la Costituzione italiana lo assume nel suo primo articolo) diventa mero elemento della forme dell’organizzazione economica. Parcellizzato, sminuzzato, diversificato prima ancora nell’immagine che nella sostanza, “il lavoro” diventa “i lavori”, tutti diversi, tutti da codificare in guise differenti, tutti da separare, gli uni dagli altri.
E smettendo d’essere soggettività politica, al lavoro non serve più nessuna rappresentanza: non partitica, non sindacale, non unitaria. Al massimo, sullo stile delle riforme già approvate e perseguite nel ventennio fascista, per esso diventa sufficiente essere iscritto e descritto in regolamenti di corporazione. I lavori non hanno più l’interlocutore della rappresentanza, tutti diversi fra loro, mentre il lavoro come concetto unitario dell’essere-per-gli-altri e dell’essere-nel-mondo quale homo faber diviene vecchio arnese ideologico, armamentario superato, scoria d’un passato di cui è necessario disfarsi.
Frammentazione e diversificazione delle forme del lavoro diventano così i principali strumenti con cui condurre la battaglia dal lato del capitale. E soprattutto, essi rappresentano le armi più efficaci di cui questo dispone, agendo direttamente anche sulle coscienze dei lavoratori, che non si percepiscono più come la massa dei produttori di ricchezza, ma si leggono, fra loro, come tante diversità, unite al massimo nel loro ruolo di consumatori.
Continuare a parlare di “lavori” in un’ottica contrapposta a quella di “lavoro” come termine unificante delle esperienze produttive di beni e servizi, ingenera e consolida questa differenziazione del “pensarsi” dei lavoratori. E dove una volta v’era la forza della coscienza di una situazione unificante e totale, oggi c’è la debolezza dell’illusione di sentirsi diversi, alimentando un’ossimorica individualità di gruppo che toglie fiato e vigore per il raggiungimento di obiettivi comuni ed ambiziosi.

Questa voce è stata pubblicata in economia - articoli, filosofia - articoli, libertà di espressione, politica, storia. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento