Vinti, forti, perdenti, veri: un’epopea di vita reale

Lo scorso sabato 30 giugno, la Fondazione Nuto Revelli di Cuneo ha organizzato a Paralup, in valle Stura, sede della prima banda partigiana di Giustizia e Libertà, la presentazione di un progetto di laboratorio ed archivio per la memoria delle donne dal titolo “L’anello forte”, dall’omonima opera di Revelli.

La suggestività dell’associazione fra Paralup, luogo della resistenza, e l’opera di Revelli non è data solo da fatto che pure dell’esperienza partigiana del cuneese e di quella della piccola borgata alpina della valle Stura egli sia stato protagonista. Ma anche, forse soprattutto, dalla considerazione del fatto che tutta l’opera di Revelli è il racconto di un tentativo di resistere: della resistenza di un mondo che di scomparire non ne aveva voglia, anche se gli mancarono poi le forze per opporsi al proprio destino.

Sempre la Fondazione Nuto Revelli, qualche mese fa, organizzò a Cuneo, un convegno proprio sui 35 anni dalla prima pubblicazione de “Il mondo dei vinti”, l’opera più nota di Revelli, divenuta vero archetipo, fin già nel nome, di un cambiamento epocale e drammatico della società italiana. Chiamarli vinti, i protagonisti di quelle storie, non fu per caso e non fu uno sbaglio. Comunque si valuti la storia del dopoguerra, è chiaro che un mondo cedeva il passo ad un altro, e che i protagonisti del primo avrebbero dovuto ceder terreno (non solo in senso figurato) ai campioni del secondo.

Un cambiamento che è raccontato da Revelli, ma che trova altri spunti di riflessione in autori diversi, penso al Bernardo Bertolucci di “Novecento” o all’Ermanno Olmi de “L’albero degli zoccoli”. (Non ritengo di dover citare libri quali “Contadini del Sud”, di Rocco Scotellaro, e “Cristo si è fermato a Eboli”, di Carlo Levi, perché per il caso lucano la vicenda è diversa. Vista da quelle prospettive, la questione è ancestrale, e la Storia non c’entra nulla, semplicemente perché da lì essa si è sempre tenuta alla larga).

Un cambiamento, inoltre, che già 15/20 anni prima dell’uscita de “Il mondo dei vinti” veniva denunciato a brutto muso dalla cronaca, che si incaricava, con tragedie immani, di rappresentare simbolicamente tutta la gravità di quel tornante della Storia. L’alluvione del Polesine, la tragedia di Marcinelle, il disastro del Vajont, il terremoto del Belice, e sempre un solo filo conduttore: quegli ultimi che continuavano a pagare perché di loro non interessava nulla a nessuno. Marcinelle, poi, è se vogliamo la migliore rappresentazione di quanto stava accadendo in quegli anni. Uomini venduti come braccia in cambio di forniture di carbone, e dopo la strage l’onta di non veder  nessun esponente del Governo Italiano di allora ai funerali: venduti e non più interessanti; merce di scambio, vuoti a perdere. E qualcuno si stupisce anche che molti dei sopravvissuti, i figli, i fratelli e le mogli di quei caduti per la ricchezza della loro patria (non è un modo di dire) non siano più voluti rientrare in Italia. A fare che? A veder di nuovo i figli migrare? A vederseli insultare da qualche legge strabica o da qualche politico che sull’odio e la paura avrebbe fatto fortuna? Avevano già dato anche quel poco che avevano. Ora s’arrangiassero gli altri.

Una drammaticità forse all’epoca compresa solo da Pasolini, che però fu tanto eretico nella cultura del tempo che nessuno prestò attenzione a quanto diceva, tutti presi a discutere sul chi fosse l’autore di quegli scritti. Un mondo alla deriva antropologica prima che culturale che P.P.P. seppe leggere e de-scrivere, ma che nessuno volle vedere, ebbri tutti di benessere fatto di lavatrici e seicento.

Le vittime di Marcinelle come i tanti dannati che girano oggi il mondo e che dal mondo sono fatti girare. Merce di scambio, come tutti i braccianti immiseriti e poi inseriti nelle filiere produttive delle fabbriche cittadine, quasi fossero essi stessi, e non solo il loro lavoro, dei pezzi e delle risorse della produzione. Come non leggere una regia del cambiamento indotto nei racconti dei protagonisti dell’opera revelliana o nelle pagine della storia di quegli anni. Territori costretti alla marginalità, popolazioni tenute povere per costringerle allo spostamento verso i centri del potere industriale, schiacciate nella miseria per diminuirne il loro “valore di scambio”, per incrementarne la funzione di “esercito di riserva”. Ed ancora uno sguardo dall’ieri sull’oggi: come si sta costruendo, d’altronde, la grande crescita produttiva dell’area di Shenzhen se non con le braccia dei contadini sottratti alla sterminata campagna cinese?

La montagna di Revelli diviene terreno da spogliare prima e palestra per i giochi della città poi, sulla sua geografia si iscrivono i segni della storia di altri mondi, essa paga il benessere che riempie la città, e si svuota per dar senso a quelle case costruite da braccianti divenuti muratori.

Il Sud intero, poi, affollava all’epoca quei treni altrimenti per nulla costruiti, pagava con i debiti biglietti per nulla voluti. Si fecero, quei contadini, da cafoni, terroni per il disprezzo d’altri vinti posti a guardia dei vuoti bidoni dei padroni.

E la maggiore tristezza è forse proprio in queste dinamiche di lotta fra perdenti, fra ultimi per stabilire chi è penultimo, che in quell’ottica dà l’illusione del primato. Vinti i contadini del Nord trapiantati nelle periferie di Torino che scrivevano “non si affitta i meridionali” e “cani e terroni non possono entrare”; vinti i figli dei braccianti di Puglia e Calabria che ripetono le stesse cose dette ai loro padri nelle città che ora abitano a magrebini e nigeriani che adesso lì approdano.

Ma che senso ha? Che ragione c’è di criminalizzarli pure i vinti di ogni epoca? Hanno già pagato, non hanno più niente da dare. Cosa volete ancora da loro? Che seguano il monito di Shylock? Che come gli armenti del poeta rompano definitivamente gli stabbi che li contengono?

Ecco, a questo dovrebbero servire eventi e progetti come quelli messi in atto per il recupero della conoscenza del vivere quotidiano e degli eventi passati nelle vallate alpine cuneesi: a spiegare con la Storia come si debba ricercare e perseguire un modo diverso di stare fra gli uomini. A far capire come la geografia dei posti che si vivono narra di questi storie diverse da quelle che vogliono immaginare improbabili condottieri. A rendere comprensibile a tutti che molte delle idiozie che oggi riversiamo sugli altri, ieri o domani, qualcuno ha riservato o riserverà a noi. A questo e ad altro ancora. Portarli avanti è atto meritorio per quanti vi si impegnano. Condurli a buon fine è (dovrebbe essere?) il cimento primo per quanti pensano che si possa vivere in pace ed armonia solo se anche gli altri possono sperarvi. Tutto il resto, è sogno solitario e sterile, quando non incubo collettivo e gravido di sciagure.

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