L’ipocrisia fatta sistema. Ovvero, della meraviglia della contestazione delle colpe

Un amico bancario qualche giorno fa mi diceva che, scherzando loro fra colleghi, ormai si fa come battuta il riferimento alla singolare classifica dell’antipatia, che vede, a sentir lui, i bancari al primo posto. Certo, si potrebbe discutere fra le particolari e personali predilezioni di ognuno, ma è probabile che se davvero si stilasse una simile classifica, i bancari sarebbero verosimilmente tra i favoriti per la vittoria.
Sul Venerdì di Repubblica dello scorso 29 giugno, poi, ho letto in un articolo le dichiarazioni del responsabile di una filiale bancaria milanese che lamentava un deciso cambiamento degli umori e dei comportamenti dei clienti nei loro confronti. “Prima”, confermava il direttore al giornalista “era tutto un salamelecco: direttore qui, direttore lì, grazie, prego, ma si immagini…Ora ti guardano come un reietto, un parassita, come se noi bancari fossimo gli assassini dei loro risparmi”. Sempre in quell’articolo, poco più avanti c’erano le parole del segretario del Fiba, uno dei maggiori sindacati di categoria di bancari ed assicurativi, Lando Maria Sileoni che avvertiva: “Eh no, attenzione a non sbagliare la mira. I bancari sono innocenti. L’impiegato è un dipendente e non può opporsi agli ordini che riceve. La politica della banca la fanno i banchieri. I piccoli pesci eseguono”.
Ma sono bancari o ufficiali nazisti al processo di Norimberga? “Noi eseguiamo solo gli ordini”, “perché se la prendono con noi?”, “perché ci guardano come reietti?”. Partiamo dall’ultima domanda: come guardava, quel direttore, chi gli chiedeva un mutuo e non aveva sufficienti garanzie? O coloro che faticavano a rientrare del fido? Cosa diceva ai tanti che, a causa della mancanza di liquidità, finivano per avvitarsi nella spirale delle difficoltà? La seconda domanda, poi, non ha senso. E con chi dovrebbero prendersela? Con chi se la prendeva quel bancario quando il cliente non rientrava dello scoperto? Con lui o con chi, ad esempio, a lui ritardava i pagamenti?
La dichiarazione del sindacalista, invece, lascia letteralmente basiti e scatena in me diverse domande. La prima: ma un bancario capisce o meno se il prodotto che sta per vendere è sicuro per il cliente? E se lo capisce, lo vende indipendentemente dalla sua sicurezza? E se così fosse, può davvero chiedere l’assoluzione morale solo perché il suo diretto superiore lo ha spinto ad agire ugualmente in quel modo? Non vale, in banca, il principio etico accettato anche dagli eserciti, almeno nei Paesi democratici, per cui non si è tenuti ad eseguire un ordine se non lo si ritiene moralmente valido o legalmente fondato?
Non sono ingenuo e so che ad una simile domanda la risposta sarebbe: “ma se così facessimo, noi bancari, potremmo essere licenziati il giorno dopo”. E questo lo comprendo. Il fatto è però che “così non facendo” si diventa in qualche modo organici al funzionamento di quel sistema. Non ci si può stupire se poi, al di fuori di esso, banca-banchieri-bancari diventino tutte facce della stessa organizzazione; organizzazione che in alcuni casi, con i suoi atti e con i suoi meccanismi, per molti determina letteralmente il fallimento economico e sociale.
Discorso simile vale per i politici di professione, per quelli che nelle e delle istituzioni vivono. Se io dico: “dimezziamo il numero dei parlamentari, dimezziamone le indennità” a sentir loro farei del qualunquismo; se essi licenziano centomila statali, riducono le pensioni e ne allontanano i termini, cancellano mesi di sussidi di disoccupazione, fanno “razionalizzazione della spesa”.
Allora, signori, “famo a capisse”: se con un atto del Governo o del Parlamento si licenzia una persona, le si toglie un sussidio o le si allontana la pensione quando sta per perdere il lavoro le si crea un danno, e di quel danno se ne è moralmente responsabili. Quando un bancario non concede un mutuo o vende ad un cliente un prodotto che egli sa non essere sicuro, anche se poi penalmente non è responsabile, moralmente è colpevole del danno che ad esso viene arrecato. Se così non è, voglio Vanna Marchi libera, come canta Bennato, e non voglio più sentir parlare di qualunquismo o gogna mediatica. Esponenti politici di entrambi gli schieramenti hanno spesso attribuito al clima di discredito sociale dovuto a Tangentopoli i suicidi dei coinvolti nelle ruberie (mi scuso, anche con i ladri, ma non riesco a chiamarle diversamente). Delle due, l’una: o i giornalisti, i pubblici ministeri e le folle che lanciavano monetine e protestavano sono moralmente responsabili di quei suicidi, e quindi le banche che non erogano i prestiti, i funzionari di banca che non autorizzano le pratiche, i governanti che decidono i tagli alla spesa ed ai finanziamenti od aumentano le tasse e le imposte sono moralmente responsabili dei suicidi dei cittadini che non riescono più a sopravvivere ai loro debiti, oppure sono tutti innocenti.
Si scelga un criterio, ma lo si adotti per tutti i casi. Il fatto che l’ordine costituito ed il sistema di valori sia quello dato, non autorizza nessuno a far del male nascondendosi dietro la vile frase: “eseguo solo degli ordini”. Solo praticando una diversa idea di mondo si contribuisce a migliorarlo, altrimenti ci va bene così com’è, e se ne diventa parte organica e funzionale. Assumendosene responsabilità, meriti e colpe.

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1 risposta a L’ipocrisia fatta sistema. Ovvero, della meraviglia della contestazione delle colpe

  1. Fabrizio scrive:

    Correva l’anno 2009 , GRIPs : dicasi gas regional investments plan??
    GR, crisi grecia 2009
    I, crisi irlanda 2009
    P, crisi portogallo 2010
    s, banche spagna 2011

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