Fermati nel bianco i miei paesi

E li vedo coperti di neve, orlati di ghiaccio,

splendenti nella luce d’un pallido sole,

i tetti dei miei paesi, le porte, i balconi.

Vedo raminghi cani aggirarsi fra viuzze,

gatti saltare su gradini ammantati di bianco,

merli cercare qualcosa fra usci e finestre.

Sento, guardando, il freddo di strade solitarie

ingigantito dal pallore della neve,

reso ancora più assoluto dal gelo sopra le porte.

Mi perdo a contemplare un comignolo innevato,

la spessa coltre sopra la sua apertura al cielo:

chiude la neve il suo sfiato, soffoca in bianco

quel che dovrebbe ora colorarsi di nero.

Non c’è misura più giusta, metro più indicato

a segnare il senso di eterno abbandono

di un camino che più nessuno ormai scalda,

che non vince il ghiaccio, non scioglie la neve.

Il profilo d’un muro disegnato dai crolli,

una trave da sola rimasta ad indicar l’orizzonte,

cardini che arrugginiscono, arnesi, oggetti,

luoghi un tempo vivi paiono adesso fermati,

ghiacciati anch’essi da brezze tese e freddi venti.

Ricopre le scale, i gradini e le logge,

impedisce il passo agli ingressi delle case,

blocca l’accesso alle vie ed ai passaggi;

come un sudario, la neve si stende sui resti

di quelle che furono le vite degli uomini,

i loro miseri averi ed i loro umili sogni.

E splende, luccica al sole del meriggio,

ancora intonsa a giorni dalla sua venuta,

ché non ci son giovani braccia a spalarla,

non ci sono gambe e passi a segnarla.

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