Un cattivo pensiero prenatalizio: perché non dovrebbero far saltare tutto in aria?

Non ho più l’età per essere un giovane ribelle e non ancora quella per diventare un cattivo maestro. Ma che potesse succedere e che possa accadere nuovamente l’avevo già intuito. Sono un veggente? No, tutt’altro, sono anche miope. E’ che quando una cosa te la urlano chiaramente, solo se si è completamente scemi o cinicamente in malafede non la si capisce.
L’assalto all’auto di Carlo e Camilla, il lancio di pietre contro un ex ministro greco, gli scontri ed i fuochi di ieri a Roma: tutte immagini dello stesso quadro.  Le mani che lo dipingono sono tante, la spinta che lo ispira una.
Ieri sera Gasparri commentava: “è colpa dei tanti apprendisti stregoni che incitano all’odio”. Sembrerà strano, ma concordo. La colpa è infatti di chi ha per anni sparso il veleno dell’immagine del “vincente a tutti i costi”. Negli ultimi trent’anni si è progressivamente sovrapposta la competizione alla democrazia, il mercato alle persone. Fino a dire, in sintesi, che solo se si era vincenti si contava. Chi vince prende tutto, e chi perde è schiacciato dai tirapiedi del trionfatore.
Vincere ed infierire sui perdenti sono ormai instancabilmente collegati. Ma per una singolare ed originale variante della sindrome di Stoccolma, anche chi perde si slancia fideisticamente ad abbracciare il nuovo verbo. Così che passare alle schiere dei vincitori diviene il normale corollario di questa imperante Weltanschauung. E tanto è penetrante questo squallido Zeitgeist, che non di rado si incontra gente che pagherebbe per potersi vendere. Al miglior offerente od al peggiore è solo questione delle proprie abilità “mercantili”.
Quella andata ieri in scena alla Camera e per le vie della Capitale è la medesima rappresentazione. Da un lato la vittoria dei vincenti (come se ci potesse essere l’ossimorica sconfitta dei vincenti o vittoria dei perdenti), arrogantemente cinica nel disprezzo degli sconfitti, dall’altra la rabbia dei tagliati fuori: fuori dalla zona rossa, fuori dal mondo del lavoro, fuori dalla spartizione della ricchezza. Fuori da ogni possibile speranza di vincere.
Si è raccontato, almeno dagli anni ’80, che la Storia fosse finita, che un altro mondo non sarebbe mai stato possibile, che questo attuale fosse l’unico modo possibile per intendere la società ed i suoi rapporti di forza. Oggi si dice che è tempo di sacrifici, che le vacche grasse sono finite, che l’Europa non può più permettersi di vivere al di sopra delle sue possibilità. E mentre un’intera generazione diventa quella del “lavoro mai”, quelli che condannano i più giovani ad un futuro di fame con pensioni, ammesso che le avranno, pari ad un terzo della già misera ultima retribuzione, festeggiano una vittoria ottenuta con voti comprati e pagati l’equivalente di 100 anni (e non è un numero a caso) di lavoro da operatore precario di call center.
Ma come cavolo vi stupite che quelli siano incazzati? Io mi meraviglio che non siamo ancora alla guerra civile. Sinceramente, e conscio della brutalità di quanto sto scrivendo, mi chiedo: perché chi si vede chiuse tutte le strade da ricchi potenti non dovrebbe far saltare tutto in aria?
E’ un brutto pensiero da clima natalizio, ma assistere al trionfo arrogante dell’uomo più ricco che con una mano compra il trilogy d’oro e pietre preziose per tutte le sue ancelle parlamentari e con l’altra sottrae futuro e speranze a precari e studenti, farebbe ribollire il sangue a chiunque. Guardare i regnanti, benestanti per diritto di nascita, godersi la vita in Rolls-Royce mentre non si trova lavoro senza una laurea ed il governo triplica le tasse universitarie sarebbe offensivo anche se fosse solo un film. Assistere alla bancarotta del tuo Stato ed al mancato rinnovo del tuo contratto mentre chi ha determinato la prima e deciso il secondo si gode la pensione di parlamentare è al di là di ogni ragionevole capacità di sopportazione.
Colgo l’obiezione da solo: ma in democrazia gli strumenti dovrebbero essere altri, attraverso il voto e la rappresentatività si dovrebbero esprimere dissensi e idee, non con la violenza. Qualcuno crede davvero che in questo mondo ed in questo tempo il singolo abbia una qualche misera possibilità di veder riconosciuto il suo diritto alla dignità della vita se a precludergliela è il potere stesso?
La questione sarebbe lunga, ma la faccio breve. Trent’anni fa la “maggioranza silenziosa” ci ha spiegato che il movimento organizzato dei lavoratori aveva finito il suo tempo, che ognuno dovesse fare da sé, che competition is competition e chi non riusciva “cavoli suoi”. Oggi quelle tante monadi artificialmente determinate non ce la fanno, ma non sanno organizzarsi perché il sistema è costruito in modo da impedirglielo. E senza organizzazione difficilmente si ha la forza per cambiare le cose. Cosa resta allora al singolo se non la violenza della sua rabbia?
Rabbia per dover sopportare di non riuscire a pagare un mutuo mentre un’utile idiota pagato dal sultano gli spiega che il fallito è lui, non la società. Rabbia per non poter far valere i propri diritti, perché anche se vince un ricorso ed un tribunale gli dà ragione qualcuno cambia la legge. Rabbia perché il mondo gli racconta che lui sarà sempre precario perché questo è il tempo attuale, ma poi la figlia dell’amante del potente è assunta a tempo indeterminato e pagata anche con i suoi soldi. Rabbia perché per lui sono tanti anche 800 euro di cassa integrazione, e con quelli deve farci vivere tutta la famiglia, ma al manager della sua azienda non bastano nemmeno per le maniche del maglioncino di cachemire. Rabbia perché la sua pensione non arriverà mai, i pochi risparmi saranno mangiati dall’inflazione o dal governo ed i parlamentari ingrasseranno con pensioni indicibili dopo due anni e mezzo di legislatura, godendosi anche i soldi del prezzo che sono riusciti a spuntare per essersi venduti.
Se la dinamica è solo individuale perché non c’è logica di gruppo, se il futuro è tagliato perché il presente attuale è l’unico mondo possibile, se non c’è giustizia perché chi vince prende tutto e se, infine, il vincente insegna che ogni mezzo è utile per il risultato finale, al perdente che cosa rimane? La sua rabbia violenta, e la voglia di vedere tutto bruciare, per ottenere, almeno a ribasso, la soddisfazione della sua sete di uguaglianza.
Ma ripeto, io sono miope, e magari sbaglio ancora una volta. D’altronde, se fossi in grado di azzeccarci, sarei dalla parte dei vincenti.

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