Se il taglio è culturale

L'altro giorno a Cuneo si è tenuto un consiglio comunale aperto per discutere i rischi di chiusura che la locale sede dell'Università corre per il minacciato disimpegno da parte della Provincia. La sede cuneese, infatti, si regge grazie anche ai finanziamenti degli enti locali, e se la Provincia, come ha annunciato la sua presidente, la leghista Gianna Gancia, si dovesse sottrarre al suo impegno, l'esistenza dell'Università a Cuneo sarebbe compromessa. La motivazione di questo disimpegno ipotizzato dall'ente provinciale nasce da esigenze di bilancio: servono soldi e si taglia l'università.
Tutto logico. Logicamente leghista, intendo. Infatti,  la vicenda dell'Università di Cuneo è una dimostrazione lampante della logica leghista: "le sedi dei ministeri al Nord", bofonchiano i celto-padani, poi tagliano le sedi decentrate dell'istruzione perché servono soldi. Ma non è tutto: giustificano i tagli con la riduzione dei trasferimenti alle amministrazioni locali, come se a Roma non ci fossero loro a praticare il contrario di quanto predicano.
E quando il Pd locale ha affisso un manifesto con la scritta cubitale "La Lega Nord ci vuole tutti ignoranti", un esponente del carroccio, l’assessore regionale piemontese Claudio Sacchetto, ha parlato di "truculenza nel dibattito politico". Truculenza in politica? Certo, se la sobrietà ed il rispetto dell'altro è dato dal dito medio dell'Umberto, dai raid con disinfettante condotti da Borghezio nei treni affollati da stranieri o dalle minacce di Salvini di pogrom contro i nomadi, mi ascrivo anch'io alla categoria dei truculenti.
Ma quella della sede universitaria cuneese non è solo una questione amministrativa. E' invece l’esempio di una dinamica consolidata: quella dell'attacco continuo alla cultura ed alle sue forme da parte della destra e della Lega.
Prima lo svilimento della funzione e la progressiva delegittimazione della figura delle persone di cultura come degli insegnanti, poi i tagli draconiani per indurli a fare altro, infine il totale disinteresse sprezzante che può far dire al ministro dell'istruzione "non intendo incontrare gli insegnanti precari" ed a quello della funzione pubblica "i ricercatori sono avventurieri, cerchino il lavoro dove c'è".
E quindi, quasi con furia iconoclasta, si attaccano tutti i simboli della cultura, dal cinema alle rassegne teatrali, dalla musica classica alla scuola, all'università appunto. In che modo? Tagliando i soldi ora che al comando (si, proprio comando) ci sono loro. E dopo tanta delegittimazione progressiva, perché stupirsi che a nessuno interessino le sorti di chi lavora e vive di cultura? Fra ricercatori, insegnanti, musicisti e personale dei teatri e dei musei sono decine e decine di migliaia i posti di lavoro tagliati da questo Governo; credete che sarebbero passati così sotto silenzio se si fosse trattato di altre categorie lavorative?
E' che ci stiamo abituando all'idea che chi vive con e della sua cultura sia una sorta di parassita alle spalle di chi "lavora e produce". A partire dagli insegnanti delle scuole o dai ricercatori universitari. Col tempo, i primi sono diventati tutti beneficiari di quel "grande ammortizzatore sociale" (Gelmini dixit) della scuola pubblica, mentre i secondi,  persone che studiano cose che a nessuno interessano tipo, come ebbe a dire con ironia Lupi, "la caratterizzazione del genotipo dell'Asino del monte Amiata". Fa ridere e strappa applausi in un talk show, ma attecchisce nella mente del cittadino comune.
Ed allora anche a sinistra qualcuno comincia a dire "però non hanno tutti i torti: per quanto lavorano, gli insegnanti sono strapagati". Servirebbe secondo voi armarsi di calcolatrice per dimostrare che un insegnante, dalle elementari alle superiori, va dai 12 ai 22 euro di retribuzione all'ora e che per arrivare lì ha investito anni, fatica e risorse nella sua formazione? Non credo.
Si però, mi si obbietta, davvero "all'università ci sono programmi di ricerca che durano anni e coinvolgono decine di ricercatori impegnati nello studio di una funzione matematica". Ancora una volta, avrebbe senso far notare che difficilmente ci sono decine di ricercatori su di un progetto e che spesso cose all'apparenza infinitesimali sono parte di un sistema più grande? Lo studio per anni di un algoritmo in sé può sembrare una cosa inutile, da tagliare, ma se poi su quello si basa il meccanismo di un motore di ricerca per internet, non lamentiamoci se la nostra industria informatica è praticamente inesistente.
Ma tutto ciò non pare per molti aver senso. L'istruzione è qualcosa da tagliare per far cassa e tener pulite le aiuole delle rotonde, o al massimo un monumento su cui inscrivere i segni del nuovo potere.
Inoltre, con i tagli si persegue l’altro malcelato obiettivo a cui questa politica mira, e con fortune tutt'altro che misere: quello di abbassare le capacità critiche degli elettori.
In un mondo in cui i modelli vincenti sono “tronisti” e “veline” (con una di loro che, con ironia maligna, diventa ricercatrice dalle chiappe al vento nel prossimo cinepanettone), cioé persone ricche che fanno poche domande, le donne e gli uomini di cultura, con pochi soldi e troppi perché, diventano i reietti della società.
E poi, per i figli delle classi dirigenti ci sarà sempre la scuola privata, cofinanziata con i tagli alla pubblica ed in grado di renderli sempre più capaci “di giocare in Borsa/di stuprare in corsa".
In partita doppia la cultura è perdente, ma ancora più perdente è la società che così si ostina a leggerla.

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2 risposte a Se il taglio è culturale

  1. BeaChronicle scrive:

    Sarebbe un vero peccato. Mio fratello ha preso la laurea di primo livello a Cuneo e si è trovato bene. Banale dire che sarebbe una gran vergogna. Beatrice

  2. BeaChronicle scrive:

    Sarebbe un vero peccato. Mio fratello ha preso la laurea di primo livello a Cuneo e si è trovato bene. Banale dire che sarebbe una gran vergogna. Beatrice

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