Il capitale e la ricerca del demone esterno

Dalla Svezia alla Grecia, dall'Olanda all'Italia, passando per la Germania ed il Belgio, la civile Europa è pervasa da una  reviviscenza impressionante di tensioni xenofobe e razziste.
Non c'è elezione nel vecchio (forse troppo) Continente che non segni la crescita di movimenti estremisti; vengono pubblicati, e soprattutto comprati, libri che prospettano gli immani pericoli figli dell'immigrazione; i segni della cultura del territorio, reale o presunta non importa, intesa come discriminante dalla portata discriminatoria, vengono impressi con forza sugli edifici pubblici.
E tutto ciò segna un piano inclinato discendente su cui interi Paesi e governi (vedi Francia o Italia) non esitano a lasciarsi andare nel tentativo di recuperare voti, ma soprattutto di spostare su altri le loro colpe ed allontanare al massimo il pericolo che le loro menzogne vengano svelate.
Già, perché più la situazione economica è grave, più l'altro, di solito l'ultimo nella scala sociale, diventa "il problema" e "la causa". Come se realmente gli immigrati che fuggono da un presente di fame verso un futuro di umiliazioni fossero i responsabili dei licenziamenti nelle aziende, come se davvero a loro, e non a chi dal sistema ha munto tutto ciò che poteva essere stillato, possa essere imputato il declino, più temuto che verificato, del benessere diffuso (?) delle società occidentali.
Perché poi il dato è anche quello: si teme l'altro e lo si accusa d'ogni crimine soprattutto in quei territori dove si vive bene, dove problemi ingenti non ve ne sono. Ed a farlo con più vigore, ironia artata del capitalismo, sono proprio i "penultimi" della società, sicuri così di esorcizzare, allontanandola, la paura di regredire ancora e convinti, a torto, di entrare così a far parte del gruppo di comando.
Su questa scena, con la menzogna del "padroni a casa nostra", i licenziati dal padrone, quello vero, che andrà a sfruttare con immenso lucro altri poveri in altri mondi, invece di pretendere da lui la giusta mercede per il lavoro svolto, si mettono al suo servizio "a gratis" per inscenare il perfido circo della cacciata dell'accattone, del poveraccio, dello zingaro. E dentro uno spettacolo circense di tale squallido lignaggio ci sta bene tutto: le croci di colui che parlava dell'accoglienza e del dono usate come clave per respingere chi chiede aiuto, la difesa della vita prima ancora dell'atto sessuale a garantirsi il paradiso compromesso dagli accordi sui lager per neri nei deserti del nord Africa, la tutela della famiglia “secondo la volontà di Dio” (mai il dubbio di bestemmiare) a far da paravento a vere e proprie epurazioni di intere famiglie, reali, con tanto di bambini ed anziani.
E ripeto, tutto ciò fa solo il gioco di chi ha l’interesse di spostare all’infinito la resa dei conti finale con la verità. Pensare che il problema delle tue difficoltà economiche siano gli zingari ai margini delle città, e non chi nel centro finanziario decide le sorti dell’economia e per dividendi maggiorati avalla il tuo licenziamento è un regalo ai padroni del vapore. Immaginare che le sorti dell’economia siano condizionate dalla lotta fra i poveri e non dal fatto che più dei tre quarti delle ricchezze mondiali siano nelle mani del 10 per cento della popolazione è più di quanto gli stessi ricchi del mondo possano volere. Pensare che i problemi della cassa integrazione in Fiat siano legati alle scelte dell’operaio serbo disposto a lavorare per meno della metà di quello torinese e non al fatto che Marchionne guadagni 450 volte più del secondo e mille più del primo non è solo miope: è frutto di anni di anestetizzazione delle menti e delle coscienze. E la colpa non è solo dei padroni, ma anche di chi, per paura o convenienza, non l’ha voluto dire quando poteva.
Ecco allora che il povero diventa l’emblema della nostra disperazione riflessa, ecco che nell’altro non abbiamo più la forza di guardarci. Ed allora vorremmo distruggere quello specchio, o almeno allontanarlo il più possibile. Facendo così un doppio regalo a chi detiene le leve del comando: non presentandogli mai il conto dei suoi misfatti, e promuovendo, al contempo, chi, ringhiando contro gli ultimi e guaendo verso i primi, si propone a cane da guardia dell’ordine costituito.

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