Fiat voluntas sua?

           Solo occhi bendati o volutamente distratti potevano non vedere quello che a Pomigliano appariva già tutto dispiegato. Nessun mistero esoterico dalle difficoltose interpretazioni, nessuna criptica alchimia celata in formule arcane, ma semplicemente la volontà di ridisegnare, sfruttando una posizione di forza economica, le regole del gioco. E cioè: io sono il padrone e ti dico che da oggi si fa come voglio io, altrimenti chiudo e tutti a casa. 
           C’è di buono che finalmente è divenuto chiaro a tutti cosa intendeva Marchionne con l’immagine più volte evocata del “dopo Cristo” automobilistico. E grazie alle condizioni serbe, abbiamo anche capito quale fosse il suo concetto di “relazioni moderne fra azienda e lavoratoti”: operai pagati 400 euro mensili, articolazione del lavoro in 18 turni e un numero impressionante di straordinari possibili, una fabbrica regalata dallo Stato e niente tasse per dieci anni, 10 mila euro per ogni assunto e, se il signore consente l’ardire, anche un monumento all’entrata della città che ospita lo stabilimento, appena dopo il crocifisso, a celebrare la Fiat ed il suo management.
           Ecco allora spiegato il senso e la portata reale dell’accordo di Pomigliano con la minaccia di partire ed il regalo “peloso” di una newco (già vista nello stesso gruppo ed alle medesime latitudini), ma ancor prima quello della rinuncia agli incentivi statali, ultima arma spuntata di pressione morale (sempre ammesso che ai piani alti del Lingotto di coscienze ce ne siano ancora in giro).
           Ed ora perché ci meravigliamo dello spostamento della produzione della monovolume da Mirafiori a Kragujevac? La dichiarazione, poi, di voler uscire dal contratto nazionale da parte dei vertici torinesi non è che la logica chiosa ad un simile discorso. Un annuncio bomba che nei fatti ha spinto Confindustria a convocare un tavolo per ridisegnare un contratto nuovo per il comparto auto.
           Il senso delle relazioni moderne di marchionneiana traduzione è solo questo: dettare le regole dall’alto, liquidare il dissenso (leggi i licenziamenti a Melfi e Torino ed il tenore dell’accordo partenopeo) e spegnere sul nascere ogni possibile voce contraria alla direzione impressa dal timoniere. Ma soprattutto, risparmiare sulla carne viva dei lavoratori per distribuire dividendi e determinare rialzi in borsa, guadagnandosi una bella fetta in stock options e soprattutto l’apprezzamento ed i doni di chi gli dà da vivere.
Perché i soldi ed il potere sono alla fine l’unico tema della ballata di Sergio. Ha un bel parlare di come il costo del lavoro influisca poco sul prodotto finito; quando poi è all’opera, anche quel “poco” cerca di limarlo, soprattutto se congiuntamente può risparmiare tasse, vincoli ambientali, autorizzazioni e rispetto dei diritti e della sicurezza dei lavoratori. Perché io vorrei vedere quanto sono “moderne” le condizioni di lavoro all’estero negli stabilimenti Fiat.
          Soldi, quindi, anche l’ultimo centesimo, e potere, incontrastato e senza interruzioni, da qui l’idiosincrasia per le trattative con i sindacati non preventivamente addomesticati.
           Ma se questo è l’uomo e questa l’impresa, ciò che mi gela il sangue nelle vene è il silenzio di altri attori. Dov’è la politica, dov’è la sinistra, ma soprattutto dov’è il più grande partito di centrosinistra italiano? Bersani? D’Alema? Franceschini? Capisco che ora siete lì con gli alambicchi ed il pallottoliere a studiare la formula per rimanere a galla nel maremoto parlamentare, ma se vi resta un attimino, ci fate capire che ne pensate di quello che sta succedendo alle relazione impresa-lavoratori in questo Paese? Avete capito o no che la Fiat apre una strada che altri saranno tentati di seguire? E che ne pensate? Siete con gli operai che tentano di difendere quel po’ di dignità rimasta al lavoro dopo gli assalti del capitale, o con i “modernisti” come Marchionne che non ammettono repliche al loro dettato né diritti invocati da altri? Perché va bene quando si protesta contro il bavaglio ai giornali, ma come lo chiamate il licenziamento di operai che dissentono?
           Ed infine, io capisco che voi vogliate essere il Partito che dialoga con l’impresa, ma mentre si dialoga, gli si deve dare per forza ragione, all’impresa, o si può anche dagli torto?

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