Quel genere di forza abusato dal capitale

           Innanzitutto vorrei cominciare col fare i complimenti agli organizzatori di “Cuneo Jazz Donna”, evento promosso dall’associazione Tucspo, messo in piedi da alcuni amici, fra i quali Ivan Rusignuolo, Paola Arcidiacono e Barbara Simonelli, e che si terrà nel particolare contesto degli Ex Lavatoi, da giovedì 15 a venerdì 17. L’idea è quella di mettere insieme musica e parole, il jazz, appunto, con temi importanti e drammaticamente attuali, dalla violenza sulle donne alla loro presenza attiva come operatrici in campi di guerra fino al ruolo femminile nella formazione della coscienza umana. Ovviamente, per chi potrà, consiglio di farci un salto: penso che ne varrà la pena.
           L’altro giorno proprio guardando l’elegante e curato manifesto della manifestazione non ho potuto non pensare a quanto della forza del genere femminile sfrutti questo nostro sistema sociale. Altro che pari opportunità; per il capitale la donna è una triplice opportunità. Per prima cosa, inglobando all’interno di logiche economiche la volontà di riscatto da situazioni per secoli infelici, riesce a far accettare condizioni salariali e ruoli diversi e più sfavorevoli presentandoli come meccanismo di elevazione sociale; poi, sfruttando il ricatto dell’amore, riesce col doppio lavoro, fuori e dentro casa, a risparmiare ingenti risorse da destinare altrimenti a quelle sfere sociali indispensabili per la tenuta e la composizione compromissoria necessarie ad ogni organizzazione; infine, quanto tutto ciò non bastasse, la donna diventa veicolo a tutti i livelli della gestione dei desideri, corpo vivo in cui si incidono i codici della pubblicità e del marketing.
           Fino all’assurdo ormai divenuto prassi che per lavorare una donna deve essere dotata di “bella presenza”, anche se va a fare l’operaia alle verniciature. Che c’entra la bella presenza? C’entra nella misura in cui alle donne questo sistema chiede un surplus di vendita del proprio corpo, della propria immagine. E’ come se si rendesse necessario alla donna per accedere alle carriere una certa quota di vendita (non arrivo a dire prostituzione, anche se l’argomento fu spesso usato dai movimenti femministi). Un meccanismo infernale, che poi ritorna al sistema stesso come necessità di iscrivere il proprio essere all’interno dei codici e dei meccanismi (tutti economicamente rilevanti, dai prodotti di bellezza alle cure del corpo).
E la cultura dominante maggioritaria in questo sciagurato Paese è la summa di tutte queste storture. In nessun altro luogo del globo l’immagine femminile è così abusata dal circuito mediatico: che si voglia vendere una colla per idraulici o una vacanza al mare, il corpo denudato ed esposto della donna è funzionale e necessario. La semplificazione di questo la troviamo nelle offese, ripetute e gratuite, dell’uomo simbolo del paese figlio di Drive In alle donne sue avversarie politiche: tutte e solamente legate all’aspetto fisico. Quasi che altri argomenti con il genere femminile fossero totalmente inutili. Un maschilismo da cui mi sento offeso solo per paura che in quanto uomo possa essere iscritto alla corrente.
           Eppure vedo pochi segni di ribellione alla logica dominante. Troppo spesso vedo un appiattimento, anche al femminile, su quelle posizioni. E ciò mi addolora.
           Spesso c’han raccontato, ed è questa la vulgata maggioritaria, che la cultura del ’68 ha prodotto solo danni da “nullafacentismo immeritocratico”. Qualcuno vi ha mai raccontato che proprio in quella cultura nacquero e si affermarono le maggiori tendenze alla reale equiparazione fra uomo e donna, proprio da lì si mossero i movimenti che portarono alla legge sull’aborto ed a quella sul divorzio, che proprio in quella tensione culturale si posero le basi per fare dello stupro un reato contro la persona e non contro la morale? Lo raccontano poco ai tg, dove ci tocca di sopportare le bavose uscite scioviniste di neo governatori che appena eletti lanciano strali contro alcune pratiche farmacologiche per l’aborto, quasi a rievocare la maledizione primordiale del “partorirai con gran dolore”. In un Paese normale, per quelle dichiarazioni, si sarebbero chieste le dimissioni: ma questo non è un Paese normale.

          E siccome ho iniziato con un manifesto bello visto a Cuneo, voglio finire con un manifesto brutto visto nella stessa città. Quello della pubblicità di una banca locale (che non cito perché non intendo aggiungere propaganda a chi la fa in quei modi) in cui campeggia l’immagine di una giovane donna vestita con abiti che scimmiottano quelli della protesta femminista e con in grande la scritta: “il conto è mio e lo gestisco io”. A chi non viene in mente il richiamo, consiglio di guardare un po’ le foto dei cortei degli anni ’70; agli altri chiedo: quanto ancora si deve sopportare questo stato di sfruttamento morale e materiale?   

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