Sindacato o corporazione?

       Che quelli della destra ci avrebbero riprovato era una scommessa sulla quale sarebbe stato troppo facile puntare e vincere. Infatti, il Governo ha proposto e farà approvare una legge per la risoluzione delle controversie del lavoro che aggira i limiti ed i paletti posti dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che preclude la possibilità di licenziamento senza giusta causa.
       E come farà la prossima nuova legge a raggiungere questo obiettivo? Spostando la competenza delle decisioni in materia dal giudice del lavoro ad un arbitrato fra le parti, che, ovviamente, non deciderà solo sulla legittimità dei provvedimenti presi dall’azienda, ma darà anche un forte peso alle situazioni generali e prenderà le proprie decisioni sulla base del “principio di equità”. La sua, ovviamente.
       Il bello è che, se tutto questo potrà avvenire una volta approvata la legge, sarà anche con l’avvallo del lavoratore. Infatti, andando in deroga rispetto ai contratti collettivi, il nuovo testo proposto dal Governo (il disegno di legge 1167-B) prevede la possibilità che in fase di assunzione possa essere stabilito nel contratto individuale, con una clausola compromissoria, il ricorso all’arbitro invece che al giudice del lavoro in caso di controversie. Così, qualora dovesse succedere che il datore di lavoro licenzi il dipendente, il primo avrà la possibilità di spiegare all’arbitro le difficoltà contingenti che hanno portato al provvedimento, anche se queste esulano dalle cause previste nell’articolo 18 prima menzionato. Il tutto con l’accettazione preventiva del lavoratore, presa, o estorta, nel momento di massima debolezza contrattuale di quest’ultimo: la fase di assunzione.
       I sindacati, o almeno la Cgil, promettono battaglia, ed accusano questo provvedimento di essere peggiore di quello del 2002, quando sempre il governo a guida Berlusconi propose la soppressione diretta di quella disposizione dello Statuto dei lavoratori. In effetti, questa manovra è più subdola, prevede, pro forma, l’accettazione del singolo, rimanda alle scelte dell’arbitro la valutazione delle cause di controversia, non prescrive, de jure, l’eliminazione dei limiti ai licenziamenti e sarà più difficile spiegarne il portato catastrofico per i lavoratori.
       Però chiedo ai sindacati: finora dov’eravate? Già, perché quello che la proposta prossima legge del Governo di destra mira a sancire, de facto già accadeva in migliaia di situazioni. E allora, di nuovo: cari sindacalisti, dov’eravate? Ho lavorato per anni in un ente pubblico dove nei contratti individuali dei lavoratori precari veniva previsto il ricorso ad un lodo arbitrale, e non al giudice del lavoro, come prassi da percorrere per sanare eventuali controversie. E non ricordo nessuna sollevazione dei sindacati per denunciare tale pratica. Nessun “rsu” o “territoriale” ha mai posto il problema, anzi: proprio ad un “rsu” era affidata la preparazione e la stesura materiale di quei contratti. Cos’è? Qualche strapuntino o miglioria economica in fase di contrattazione decentrata aveva offuscato la vista? O forse, peggio, siccome la mala pratica riguardava lavoratori precari, quasi figli di accordi minori, non era d’interesse del sindacato? O dato che tali lavoratori non votavano alle elezioni per le rappresentanze aziendali “chi se ne frega”?
       Queste ultime due ipotesi aprono un vulnus che può contribuire a spiegare perché oggi meno di un neo assunto su cinque si iscrive al sindacato. Perché lo vede come una corporazione che persegue interessi particolari, non come un’organizzazione che guarda ai problemi di tutti i lavoratori. Ci sono lavoratori di serie “a” e quelli di serie “b”, ci sono i dipendenti a tempo indeterminato e quelli precari, ci sono insegnanti di ruolo e supplenti; si è perseguita la divisione dei lavoratori da parte della destra ed il sindacato si è arroccato nella difesa di posizioni garantite, perdendo di vista l’orizzonte.
       Ed ora? Arrangiatevi, verrebbe da dire. Per me non è mai valso l’articolo 18, ‘sti cazzi’ se lo eliminano. Quando si chiedeva l’estensione delle tutele contro licenziamenti ‘a capocchia’ per tutti i lavoratori i sindacati dei garantiti dov’erano? Dove sono stati quando decine di migliaia di precari della scuola perdevano il posto e ricorrevano alle vie giudiziarie per affermare principi costituzionali come “merito” e “mobilità territoriale”? Che fine hanno fatto quando l’altro giorno migliaia e migliaia di lavoratori stranieri hanno scioperato per il rispetto dei diritti minimi di civiltà in una Repubblica che si autodefinisce “fondata sul lavoro”?
       “Lo deve sapere il popolo che ha perso dignità e diritti per un piatto di lenticchie”, canta Ascanio Celestini; “Parole sante” è il titolo quanto mai azzeccato della canzone. Per una manciata di euro in contrattazione decentrata, per uno scatto di qualche spicciolo sulla retribuzione, per un voto in più ed un distacco sindacale, per un decreto salva precari che fa l’elemosina senza nemmeno i contributi previdenziali, per “un piatto di lenticchie” si è perso l’orizzonte più importante: l’unità dei lavoratori.
       Che fare?, si sarebbe chiesto qualcuno. Ricominciare da dove la strada si era interrotta. Ricominciare a partire dalla necessità del conflitto. Veniamo da anni in cui la possibilità di un sindacato non concertativo non era presa in esame dai leader delle organizzazioni nemmeno come “caso di scuola”. Ritorniamo alle ragioni del conflitto, che oggi, più che mai, sono forti e presenti, se solo qualcuno le volesse vedere. Ricordiamo a sindacati e politici di sinistra che lo Statuto dei lavoratori che oggi si ciancia di voler difendere non è piovuto dl cielo, ma è arrivato dopo anni di lotte. Riprendiamoci gli spazi e le ragioni che ci sono stati negati.
       Nel finire degli anni ’70 l’Italia aveva gli stipendi, in relazione al costo della vita, più alti d’Europa; ora cerchiamo di battere la concorrenza mondiale adeguandoci ai livelli salariali e contrattuali dei paesi emergenti. Ed in tutto questo, la quota di reddito che generano le rendite e quella destinata a pagare manager e capitani d’industria è salita come in nessuna parte del mondo. Chi guadagna milioni in borsa paga, se paga, solo il 12,5 % per cento di tasse sui ricavi; la stessa società è in grado di spendere centinai di milioni in emolumenti a pochi dirigenti o a qualche calciatore mentre licenzia migliaia di precari e manda in cassa integrazione interi paesi; chi giudica superato il concetto di Nazione fondata sul lavoro incassa tripli emolumenti per cariche arbitrariamente detenute.
       Qualcosa non quadra. E’ ora che cominciamo a dirlo, prima che tutto diventi ingestibile. Ecco la sfida anche per le rappresentanze organizzate dei lavoratori. Ed ecco il bivio, la scelta: la tutela corporativistica e settoriale di élite ben definite di lavoratori o il lancio in mare aperto di un’azione sindacale in grado di tenere distinti i piani e di schierarsi, nel conflitto fra capitale e lavoro, dalla parte di chi “presta la propria opera dietro compenso” in qualunque forma e sotto qualunque norma. Il tempo è maturo, la situazione pure: che cosa aspettiamo?   

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