Perseguire il sogno

Ansia, sconforto, smarrimento. E’ un mix di tutti questi sentimenti e di altri ancora, sempre dello stesso tenore, quello che mi sembra di scorgere negli occhi della mia generazione.
Se la generazione di Gaber aveva perso per non aver saputo concretamente dar vita al cambiamento che pareva allora a portata di mano, la mia sembra quasi non aver nessuna voglia di provare a giocarsi la partita. Ancorati ad una condizione che ci vede già vivere una vita più in salita ed insicura di quella di chi ci ha preceduto, sembriamo incapaci di alzarci dalle corde su cui siamo stati sospinti dagli eventi.
Si, qualcuno ce la fa, non lo nego; ma non "riusciamo" come generazione, al massimo registriamo qualche successo individuale. Ed il bello (o, dovrei dire, il brutto) è che non siamo capaci nemmeno di vedere come plurale le difficoltà. Non solo non siamo in grado di intenderci come corpo unico – organizzato manco a dirlo – ma nemmeno come massa; forse, in rare occasioni, ci leggiamo "folla", più spesso "pubblico" di tutto ciò che va in scena, dalle soap alla politica (a scelta nell’ordine), ma sempre rimanendo nel nostro posto singolo, sovente assegnato, con la speranza onanistica di stare sul palco e l’occhio torvo nel guardare di sbieco chi ci siede accanto, quasi a scongiurare così la possibilità che sia lui a calcare la ribalta.
Sempre, ovviamente, rispettando le regole. Una generazione, la mia, che, già a cavallo dei trent’anni, non ha passati da ricordare, vissuti di cui andar fieri, o di cui provar scorno: una generazione che non ha fatto nulla non dico di straordinario, ma nemmeno di fuori dai canoni consueti e stabiliti.
"Fra trent’anni – disse Flaiano mezzo secolo fa – la società non sarà come l’avrà fatta la politica, ma come l’avrà voluta la televisione". Noi siamo la prima generazione a cui quella quasi profezia poteva riferirsi, ed i germi della tv pubblicitaria hanno evidentemente fatto il loro lavoro.
No, non per dar sempre le colpe alla televisione, ma è chiaro che l’essere cresciuti a colpi di miracoli catodici e di lieti fine in rgb ha contribuito a formare la nostra mente legandola ad un’idea di positività insita nella società e nella Storia e da esse inevitabile. La religione era "oppio dei popoli" perché promettendo una ricompensa fuori dalla Storia e dal mondo e dando a Dio il compito del giudizio, delle pene e delle ricompense, invogliava l’uomo ad accettare lo status quo, o almeno ci provava. Ma su quello, però, sullo stato delle cose non tentava di mentire: la miseria ed i soprusi c’erano e sarebbero rimasti, salvo poi esser beati nel regno dei cieli alla fine dei tempi; ma fin quando si stava qui, quella era la realtà: se non piaceva, bisognava provare a cambiarla da soli, perché lei, la realtà, non sarebbe migliorata autonomamente.
La televisione invece no: mente su tutta la linea. Come le fiabe, essa è imperniata sull’happy end. A differenza di queste, però, non dissimula mai il suo essere "racconto" e non "fatto", anzi. Proprio sul suo aspetto real la tv incentra il suo essere, e, convincendocene, non perde occasione per dirci che "le cose vanno bene e se anche andassero male noi, seguendo l’ordine e le regole del gioco sociale, potremo vederle migliorare ed aggiustarsi hic et nunc". Non, quindi, alla fine dei giorni e del mondo, ma in questo tempo ed in questa società noi staremo meglio, se proprio già non stiamo bene, e quindi è anche nostro interesse conservare l’uno e l’altra con tutte le nostre forze. E così, come tante individualità ininteragibili fra loro, espletiamo ognuno il nostro compito, in attesa che la società che proteggiamo migliori la nostra situazione. Così facendo, rispettiamo le regole del gioco che altri hanno regolamentato apposta per vincere. Ma chi ci dice che in quel gioco anche noi potremo essere vincenti? La risposta la sapete.
Al contrario dell’Impiegato deandreiano, noi possiamo solo contemplare le capacità di ribellione di chi ci ha preceduto, ma al contrario di quello, non abbiamo nessuna sicurezza da difendere, né una coscienza consapevole della solitudine (od il coraggio?) tale da spingerci a costruire un "pinocchio fragile" ed "artigianale" per tentare il disperato, quanto vano, gesto di rigirare la società.
Non avremo mai una stagione rivoluzionaria, semplicemente perché questa società che ci schiaccia è l’unica che sappiamo immaginare. Forse non ci sta bene, ma siamo incapaci di pensarne un’altra. Sto esagerando? Provate a pensare a come mi apostrofereste se cominciassi a discettare visionariamente di un altro ordine possibile, di diversi rapporti di forza, di un mondo che non confonda né sostituisca l’avere con l’essere, di una società che pensi a come distribuire ciò che fa e non a come accumulare per tesaurizzare e poter speculare sulle risorse ed i beni, di diversi rapporti fra gli uomini e di un pianeta in cui i confini siano solo dei segni su una carta ma mai simboli di diversità. Sognatore? Folle? Scriteriato? Scollegato dalla realtà? Forse un po’ di tutto ciò, ma soprattutto sarei avvertito come "inattuale", fuori dal tempo d’oggi, dal mondo e dalla società dati. Ma la cosa ancora peggiore è che questa "inattualità", una volta vezzo elitario, sarebbe vista come un mio limite, la dimostrazione concreta della mia incapacità di stare al mondo.
E’ normale che chi pensi ad un mondo migliore e "da venire" sia inattuale; a non essere "normale", a mio giudizio, è il fatto che questo sia considerato un difetto. Quasi come se oggi si considerasse il mondo "da venire" per forza peggiore ed inferiore a quello dato e conosciuto.
Noi, la mia generazione soprattutto, ma, temo, sia ancora peggio per quelle successive, davvero consideriamo questo non solo l’unico, ma anche il migliore dei mondi possibili. Abbiamo perso la capacità di astrazione, di pensare un mondo migliore. Non siamo in grado di sognare e consideriamo pazzo chi ci prova.
Da tutto ciò, nasce un’incapacità quasi antropologica ad andare contro le regole: non ci riusciamo perché consideriamo unica e perfetta questa società e quindi, non avendo un’altra idea di mondo e non dovendo lottare per cambiare la società attuale, non siamo capaci ad andarle contro.
Ma è tutto perché non siamo più capaci di "immaginare", con buona pace di John Lennon e di quanti, della lotta per un mondo migliore, hanno fatto la loro vita. A mancarci ora non è tanto la possibilità di un futuro, quanto la capacità di sognarne uno nostro. E di perseguire il sogno.
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