Il corpo del capo

Quando l’attenzione si sposta dalla politica all’uomo è inevitabile che su questo si concentri tutto il discorso pubblico, tutta l’attenzione, sia positiva, sia negativa. E’ quanto ho pensato domenica sera quando ho visto le immagini cruente di Berlusconi colpito che tutti i telegiornali rimandavano.
Negli ultimi anni abbiamo vissuto una personificazione della politica, un suo legarsi strettamente ed indissolubilmente agli uomini che ne erano artefici (o sarebbe forse meglio dire all’uomo, visto che l’agenda politica negli ultimi quindici anni l’ha dettata solamente uno; ma questo è un altro argomento) che non ha pari nella storia repubblicana della Nazione. L’uomo che fa la politica diventa esso stesso “la politica”, si confonde l’agire pubblico con l’essere personale, le categorie umane diventano divisioni politiche, il corpus delle scelte di governo viene, in ultima istanza, sostituito dal corpo fisico del governante.
Anche il gesto di Tartaglia, nella sua assolutamente deprecabile follia violenta, si inserisce in questo tracciato, e ce ne svela tragicamente le portate estreme che ancora non si erano pienamente considerate.
La “corporizzazione” della politica, quel renderla a tutti i costi “corpo e figura” del leader ha una matrice ben precisa. Il vigore fisico accomunato alla politica determinata ed efficiente è, ad esempio, un punto preciso su cui si sviluppa l’intera campagna promozionale/elettorale della Lega fin dai suoi albori. Si ricorderà il “ce l’abbiamo duro” che straripava dei primi raduni del Carroccio fin nelle aule parlamentari. Il fenomeno è poi cresciuto e si è, per così dire, affinato.
Fino a raggiungere vette e declinazione che, francamente, consideravo impossibili. Si è giunti al punto di non agire più per metafore, anche se poco poetiche, ma a dichiarare esplicitamente le proprie vigorie sessuali e prenderle a conferma della capacità d’agire in politica.
Ed il dramma è che il popolo, l’elettorato (o almeno la sua maggioranza, se quello che emerge nei sondaggi è vero), è andato dietro al capo ed alla celebrazione estasiata del suo corpo. Si è passati da quell’insensato comune sentire sintetizzato nella frase che più d’ogni altro usava a sostegno delle proprie idee chi votava il Berlusconi delle origini, vale a dire “se è stato bravo come imprenditore, sarà anche bravo come politico” ad una valutazione positiva del suo corpo rifatto (a settant’anni si hanno le rughe ed i capelli bianchi, il resto è artificio), all’esaltazione delle sue qualità fisiche in grado di renderlo il miglior uomo di governo possibile. Quasi che la frase “è un bravo imprenditore, sarà un bravo governante” si fosse tramutata “se è così bravo a letto, non può non esserlo nel governo”.
Sto estremizzando? Non so. Quante volte abbiamo sentito le autoesaltazioni di Berlusconi, quell’insistere sulle sue capacità di conquistare le donne, quel suo modo di dimostrarsi sempre pronto alla contesa amorosa? Quante volte ha insistito sul suo aspetto da seduttore? E quante volte sulle sue “potenzialità” virili, fino all’ultimo “con le palle” di Bonn? Mettendo da parte per un attimo l’estrema misoginia, per me intollerabile, dei discorsi del capo del governo, il grande venditore è riuscito nell’ultima vendita, quella del suo corpo. E il dramma è che ce lo siamo pure comprati.
Non si è più trattato di discutere di politica. Si è passati a discutere dell’uomo. Ed in questo, la santificazione ha fatto più che la demonizzazione. Quei ritmati e scanditi “meno male che Silvio c’è”, quella venerazione ai limiti della passione che da molti dei suoi accoliti e collaboratori, di entrambi i sessi, emerge quotidianamente, quella sua sovraesposizione corporea hanno spostato l’asse del ragionamento sulla sua persona, sul suo corpo, inteso come espressione e dimostrazione del suo essere vincente. Ed introducendo il tema del corpo, della fisicità, automaticamente si è corsi ad introdurre categorie che con la politica non c’entrano nulla: l’amore e, di conseguenza, l’odio.
Per i politici in quanto tali si dovrebbe avere consenso o dissenso limitatamente alle loro azioni politiche. L’amore, come l’odio, esula da questi elementi. Eppure di che cosa si è parlato in questi giorni? Di clima d’odio. Ed a cosa ha fatto riferimento lo stesso Berlusconi nel primo messaggio dopo l’attentato subito? All’amore che deve vincere sull’odio.
In quest’ottica, la politica non c’entra più nulla. E quando nel ragionamento politico che dovrebbe essere sempre logico, razionale e ponderato, si introducono le passioni le conseguenze diventano inimmaginabili e non più facilmente gestibili.
L’amore e l’odio nella sfera politica non dovrebbero avere cittadinanza, se non come principi generali, ma sempre slegati dalle persone che rappresentano la sfera pubblica. Se si introduce la venerazione dell’uomo politico, del suo essere corpo, se si introduce il culto della persona, si prende allora una china scivolosa e pericolosa. E nel discorso sull’uomo politico, non si può introdurre l’amore senza aspettarsi il sorgere del sentimento opposto. Se si ama indiscutibilmente l’uomo politico, succederà che lo si odi irragionevolmente, se si eleva, o si “auto eleva”, il corpo del capo ad oggetto della dedizione capiterà che quello stesso corpo diventi l’oggetto del dissenso. E’ irragionevole ed ingiustificabile l’odio personale verso un uomo politico che dal punto di vista umano e privato non si conosce, ma non lo è meno l’amore; semplicemente, questi sentimenti non appartengono alla narrazione della politica.
Discutiamo dei fatti, non dei sentimenti; ragioniamo sugli atti messi in campo, non sugli attori in campo; guardiamo a ciò che fanno, non a come sono. Solo così ridaremo normalità alla nostra situazione politica nazionale.
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