Al mercato delle menti

                Ho visto cose che non potreste immaginare. Stanzoni gremiti all’inverosimile, donne e uomini più o (ma forse soprattutto) meno giovani aspettare con gli occhi fissi e le orecchie tese. Uomini e donne dietro una cattedra chiamare dei nomi e snocciolare dei numeri e delle sigle in codice: espressioni di sollievo o di rammarico da parte degli astanti, a seconda che il chiamato rispondesse o meno, scegliesse un’ipotesi o l’altra. E telefoni squillare, e tabelle ed elenchi annerirsi, esoterici meccanismi algebrici prendere forma su fogli di quaderno, ai margini di tabelle scaricate da internet, astrusi meccanismi di calcolo che ogni volta, ad ogni chiamata, determinavano stati di gioia o di rassegnazione. Erano docenti alle convocazioni del provveditorato agli studi, stipati a centinaia in un’aula magna per “prendere” una cattedra; e “prendere” nel dato fisico è il termine adatto.

            Ho visto ragazzi e ragazze ben oltre la trentina compilare domande, prepararsi per selezioni, rispondere ad annunci letti su giornali “di bandi e concorsi” venduti a prezzi da speculazione, o forse meglio da estorsione, visti i casi. Giovani laureati, specializzati, “masterizzati”, con alle spalle corsi e percorsi di formazione dalle vie infinite, avventurarsi in ricerche di lavori “purchessia”, disposti a rispondere alle chiamate di improbabili attori con nomi da eroi risorgimentali e richieste da idioti. Ragazzi colti e bravi nelle più diverse discipline adattarsi a “volantinare” offerte dell’Ikea e figli di papà, “Colaninni di turno” o “Agnelli di razza”, già destinati a carriere immeritate nel management e nella politica, alla guida dell’economia ed al potere nel Paese.

            Ho visto le menti migliori della mia generazione fatte fuori da università parentali, messe alla porta da centri di ricerca vincolati alla logica del “tengo famiglia”, stretti in rapporti di sangue al di là di ogni immaginazione. Giovani sessantottini lottare per scardinare le baronie dalle università ed i loro figli sopperire alla restaurazione familiare della casta accademica. Ragazzi superpreparati tentare invano concorsi in italici atenei di periferia per un dottorato di ricerca ad 800 € al mese ma capaci di vincere borse di studio da 50.000 $ l’anno al Mit di Boston.

            Ho visto una classe politica autoincoronatasi, sedicenti Napoleoni atteggiarsi ad imperatori ergendosi sulle rovine di una miseria a loro imputabile. Condottieri di cartone osannati come faraoni guidare partiti organizzati per perseguire gli interessi di casta, o sarebbe meglio dire di cosca. Postulanti onorevoli e consiglieri tronfi di vacuità spiegare che se le cose vanno male la colpa e delle congiunture, ma se vanno bene il successo è merito del loro impegno, delle loro capacità. Capi partito, capi corrente, capi bastone e capi banda contornarsi di sodali e solidali lacchè, ora premiandone uno, ora punendone un altro per dimostrare il loro potere. Uomini politici incapaci a fare la “o” col bicchiere guidare macchine amministrative delle quali ignorano anche il motivo d’esistenza e progredire in carriera in un deserto ormai abbandonato dalle menti pensanti.

            Ho visto, e continuo a vedere, la mia terra spopolarsi di giovani e famiglie. Il Sud ripiombato in un esodo dalle proporzioni bibliche che ancora ha livelli di reddito pari alla metà di quelli del Nord del Paese. La mia Basilicata piagata dal flusso emorragico di 4.000 giovani che ogni anno vanno via senza speranze di ritornarci. La mia Stigliano dove non c’è più un ragazzo della mia classe, dove, quasi fossero i postumi di un’immane tragedia, un’intera generazione è assente. La mia generazione ha perso; ma pur sconfitta in casa, ha spesso saputo vincere in trasferta.

E di questo nessuno è responsabile?

Ma forse sono solo io a vedere la realtà in tinte così fosche. Forse invece questo è il migliore dei mondi possibili. L’apprezzamento elettorale ed il credito di cui gode chi guida ed ha guidato questa Regione, come quello dei molti politici del Sud o d’Italia sempre sulla cresta dell’onda, mi spinge a dire che forse è solo una mia visione traviata dai tanti libri, dai molti giornali, finanche dai film e dalle canzoni (con cui ho giocato anche in queste righe). O, forse ancora, la colpa è mia, che non ho più neanche l’intenzione del volo, perché i sogni si sono rattrappiti.

E poi alla fine, 4.000 o 4.001 che differenza fa.

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